Legge di stabilità da cambiare, partendo dalla riduzione della pressione fiscale

Ecco, di seguito, il testo integrale del mio intervento in commissione Bilancio della Camera come relatore della Legge di Stabilità.

Onorevoli colleghi,

quella di cui discutiamo è l’ultima Finanziaria/Legge di stabilità della legislatura. Una legislatura che è stata caratterizzata dalla crisi economica, iniziata con i mutui subprime nell’estate del 2006 negli Stati Uniti, per poi trasferirsi dalla finanza privata alla finanza pubblica, nella forma di speculazione sui debiti sovrani.

Una legislatura, dunque, sotto l’insegna della bassa crescita (ma questa veniva da lontano) del PIL e della produttività, e, soprattutto, sotto l’insegna di manovre correttive dei conti pubblici finalizzate a rispettare i nostri impegni con l’Europa (patto di Stabilità). Una legislatura che è stata caratterizzata, almeno dall’estate dell’anno scorso, dalla più profonda crisi economica e finanziaria della moneta unica, l’euro, con conseguenti attacchi speculativi alla nostra economia, ma non solo.

Quindi il giudizio che ci accingiamo a dare va formulato non solo con riguardo a quanto in essa contenuto, ma anche, soprattutto, alla luce di 5 anni di crisi, della politica economica che ne è conseguita, delle manovre e dell’evoluzione della governance economica, finanziaria e istituzionale in Europa.

Questa è la prima Legge di stabilità che viene in prima lettura alla Camera nell’ambito del Semestre europeo, introdotto dal Consiglio europeo del 7 settembre 2010 e avviato nel 2011, al fine di assicurare coerenza finanziaria tra le politiche strutturali e gli obiettivi di finanza pubblica di ciascun paese dell’area euro.

Il Semestre europeo prevede che ogni anno, entro fine aprile, il governo presenti al governo al Parlamento il Documento di Economia e Finanza (DEF), che al suo interno contiene il Programma di Stabilità (PdS), vale a dire le strategie di bilancio definite dal governo, elaborate sulla base di specifiche analisi delle tendenze della finanza pubblica, e il Programma Nazionale di Riforma (PNR), cioè l’agenda delle azioni da intraprendere per conseguire gli obiettivi dichiarati.

Il Semestre europeo trova, infine, nella Legge di Stabilità, che il governo presenta al Parlamento ogni anno entro il 15 ottobre, il suo punto nodale. L’anno scorso, ricordiamo, essa è andata in prima lettura al Senato, e la Camera ha avuto un ruolo secondario.

Per tutte queste ragioni, l’occasione della Legge di stabilità per il 2013 appare di assoluta rilevanza per questo ramo del Parlamento, anche perché essa può essere considerata in 2 modi: o l’ultima di un quinquennio, con i caratteri del ciclo che abbiamo detto, o la prima di una nuova fase. Per queste ragioni, le considerazioni che andremo a fare con il collega correlatore devono tenere conto diacronicamente di tutto quello che è successo nel corso della legislatura, in termini di riforme, di manovre e di impegni con l’Europa, sia sul piano economico e finanziario, sia sul piano della governance, come l’introduzione in Costituzione del pareggio di bilancio, il Fiscal Compact e la road map che si sta definendo in ambito europeo verso l’unione bancaria, economica, fiscale e politica, che non potrà non influire sulle nostre decisioni di politica economica.

Per queste ragioni, inoltre, e sulla base delle audizioni che abbiamo svolto ieri, noi dovremo affrontare la discussione sulla Legge di stabilità tenendo conto certamente di quello che è successo negli ultimi 5 anni e dei vincoli che ci siamo dati, ma soprattutto guardando al futuro. Dobbiamo chiederci come avviare riflessioni e considerazioni decisive per affrontare nella maniera più corretta e più sostenibile le sfide del futuro, avendo riguardo alla crescita, che è la sola che può consentirci credibilità nei confronti dei mercati, sostenibilità riguardo all’equilibrio di bilancio, e soprattutto equità nella distribuzione del reddito e incremento di produttività, con relativo incremento di competitività.

La nostra economia e la nostra società di solo rigore muoiono. E il rigore, se declinato senza le opportune misure per la crescita, non è neanche in grado di raggiungere gli obiettivi di risanamento della finanza pubblica. Se la sequenza è unicamente quella del taglio della spesa pubblica e dell’aumento della pressione fiscale, con relativo avvitamento in termini di crescita, non solo non si raggiungono gli obiettivi fissati, ma si finisce per ridurre drasticamente l’efficacia della politica monetaria che il presidente della BCE, Mario Draghi, ha cercato di far convergere progressivamente verso l’impostazione espansiva adottata dalle altre banche centrali mondiali.

Il limite delle politiche fin qui seguite dal governo è stato, tra l’altro, di recente evidenziato con estrema chiarezza nell’ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, ricordato in audizione dal presidente dell’Istat, che ha messo in guardia dai rischi di avvitamento derivanti da forti riduzioni dell’indebitamento pubblico, in presenza di una congiuntura economica negativa. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, i moltiplicatori fiscali effettivi sperimentati nei paesi avanzati durante l’ultima crisi sono due-tre volte maggiori di quelli abitualmente rilevati nelle analisi economiche. Ciò comporta che, per ogni punto percentuale di PIL di contenimento del disavanzo fiscale, la crescita economica di breve termine viene ridotta da poco meno di un punto percentuale fino a più di un punto e mezzo.

Il nostro obiettivo è quello di continuare con il rigore dei conti pubblici, con le riforme di struttura per migliorare la qualità, l’efficacia e la trasparenza del sistema Italia e di avviare la riforma delle riforme: quella fiscale. Conosciamo tutti la stretta correlazione tra pressione tributaria e crescita. Noi siamo arrivati a un livello insopportabile di pressione fiscale che, insieme alle altre inefficienze strutturali della nostra economia, vanifica qualsiasi possibilità di essere competitivi.

Pertanto, il giudizio che noi diamo sulla Legge di stabilità è un giudizio critico, perché essa non affronta il nodo centrale in questa congiuntura economica e dopo 5 anni di crisi. E il nodo è proprio la pressione fiscale sulle famiglie e sulle imprese. Non siamo convinti, infatti, per entrare nel merito del Disegno di legge, dell’endiadi riduzione dell’Irpef e aumento dell’IVA, né della retroattività della franchigia e del tetto sulle deduzioni e sulle detrazioni. Non è questa la cura. Non è questo l’approccio corretto all’attuale crinale della nostra politica economica.

Fermi restando il pareggio di bilancio nel 2013 e lasciando i saldi invariati, occorre riflettere su come evitare la trappola di Irpef, Iva e deduzioni e detrazioni, con relativi più e meno su chi ci guadagna e chi ci perde, anche perché su questo si sono espressi in maniera esaustiva i nostri auditi indipendenti. Al contrario, occorre ragionare su come predisporre le condizioni per una virtuosa strategia di riduzione della pressione fiscale nel prossimo triennio e, allargando lo sguardo, nella prossima legislatura.

A questo riguardo, va innanzitutto valutata la palese insufficienza della relazione tecnica nel valutare l’impatto dell’intreccio di misure di carattere fiscale proposto. Sarebbe stata doverosa una puntuale analisi costi-benefici derivanti, con riferimento alle diverse tipologie familiari, dalla riduzione delle aliquote Irpef e dalla possibile sterilizzazione totale dell’aumento dell’IVA.

Tale lacuna è stata solo parzialmente colmata dalle audizioni svolte nella giornata di ieri. La Corte dei Conti, in particolare, ha evidenziato come la riduzione delle aliquote Irpef appaia sfavorevole per i contribuenti collocati nelle più basse fasce di reddito complessivo (i 20 milioni di soggetti con redditi fino a 15.000 euro). Infatti, il taglio delle aliquote, che non tocca i 10 milioni di incapienti, avrebbe risultati limitati anche per i restanti 10 milioni, mentre l’aumento delle aliquote Iva inciderebbe in maniera significativa.

L’Istat, a sua volta, ha sottolineato come la misura sia destinata a produrre benefici inferiori rispetto alla media del quintile di appartenenza per le famiglie con figli. E lo svantaggio relativo delle famiglie con figli risulta più evidente se questi sono di minore età o ancora impegnati negli studi. Ancora l’Istat ha evidenziato come l’incidenza sui redditi dell’aumento delle aliquote Iva risulti superiore per le famiglie meno abbienti, che hanno una propensione al consumo più alto.

Analogamente, la valutazione d’impatto della modifica del regime delle deduzioni e delle detrazioni fiscali, che, tra l’altro, appare affrettata, approssimativa e concepita senza operare, mutatis mutandis, alcun tipo di spending review, risulta alquanto lacunosa e inidonea a verificare gli effetti delle misure proposte sulle famiglie e sulle imprese. L’assenza di intervento in maniera più incisiva è stata in tal senso sottolineata dalla Banca d’Italia proprio ieri.

Su questo la proposta di incentrare la discussione in Commissione. Su questo l’esigenza di chiedere al governo profonde e opportune modifiche al testo che abbiamo ricevuto. Naturalmente collocando in altri veicoli legislativi attualmente in discussione, quali la Spending review, i provvedimenti sulla crescita, i provvedimenti sugli Enti locali e la prossima Legge sulla concorrenza e sul mercato, quello che ci accingiamo a decidere in questa Legge di stabilità, che ha limiti ben precisi di non accoglimento, come abbiamo avuto già modo di dire, nel discorso di stralcio al Presidente della Camera.

Un’ultima annotazione: il governo non ha avuto tempo per ascoltare la sua maggioranza e le parti sociali. Sarà il Parlamento a chiedere il dialogo con il governo e ad ascoltare le parti sociali.

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