Tormentone spread. Il termometro del rischio italiano

L’andamento degli spread nel periodo settembre-ottobre 2011, che ha portato all’esplosione di novembre 2011 e alla crisi del governo Berlusconi, è assolutamente sovrapponibile, per arco temporale, punti base e inclinazione, all’andamento di metà marzo – metà maggio 2012 (da 290-291 punti base a 439-442).

Allo stesso modo, la media degli spread nel periodo primo novembre – metà dicembre 2011, pari a 468 punti base, si attesta a un livello molto simile a quello della media degli spread nel periodo metà maggio – fine luglio 2012, pari a 455 punti base: alto, altissimo, febbrile.

Ricordiamo che il calcolo della media degli spread per un dato periodo serve a stimare gli oneri del servizio del debito collegati ai rendimenti dei titoli assegnati nelle aste di quello stesso periodo.

L’andamento degli spread sul mercato secondario nei periodi precedenti ogni singola asta, infatti, influenza i rendimenti dei titoli emessi sul mercato primario.

Analizzando i rendimenti dei titoli del mercato primario, emerge che nulla è cambiato da luglio 2011 (mese in cui è scoppiata la tempesta degli spread) ad oggi, nonostante il governo tecnico.

Il rendimento medio ponderato dei Btp a 10 anni collocati sul mercato primario con le ultime 8 aste del governo Berlusconi (aprile 2011-novembre 2011), è più basso dello 0,84% rispetto al rendimento medio ponderato dei Btp a 10 anni collocati con le 8 aste del governo Monti (dicembre 2011-luglio 2012).

Una riduzione degli spread si era verificata tra metà dicembre 2011 e metà marzo 2012 grazie all’intervento della BCE, che ha fornito liquidità al sistema bancario europeo per più di 1.000 miliardi di euro a un tasso di interesse dell’1%.

Tuttavia, gli effetti sono stati solo temporanei, così come non sarebbero duraturi gli effetti dello scudo anti-spread fortemente voluto dal premier Monti.

Il 26 luglio, le dichiarazioni del Presidente della BCE, Mario Draghi, di disponibilità a fare tutto il necessario per salvare l’euro, con la garanzia che sarà sufficiente, hanno fatto diminuire lo spread dimostrando che quella dei mercati è solo speculazione, che i mercati sono reattivi solo alle azioni e alle strategie della Banca Centrale Europea, e che quello che fanno gli Stati sotto pressione speculativa conta poco o nulla.

Altrettanto significativa sui mercati è stata la giornata del 2 agosto, data della riunione mensile del Consiglio direttivo della Banca Centrale Europea.

Lo spread aveva aperto speranzoso in vista di questo appuntamento, ma poi ha bruciato oltre 60 punti di speranza a fine seduta.

È seguita un’altra giornata turbolenta: il 20 agosto, il giorno dell’ennesimo conflitto tra Bundesbank e BCE, sull’eventualità che la Banca Centrale Europea usasse il meccanismo dei tetti per tenere sotto controllo gli spread dei rendimenti dei titoli dei debiti sovrani dei paesi sotto attacco speculativo rispetto al Bund tedesco.

Inoltre, gli spread hanno chiuso in ribasso lunedì 3 settembre, a seguito dell’audizione in Parlamento europeo del presidente della BCE, Mario Draghi, e della sua difesa a spada tratta dell’operato dell’Eurotower nel periodo della crisi.

Il 6 settembre, le decisioni del Consiglio direttivo della BCE hanno confermato le aspettative: l’impegno, da parte della Banca Centrale Europea, ad acquistare sul mercato secondario titoli di Stato dei paesi dell’eurozona sotto attacco speculativo con vita residua da 1 a 3 anni, previa sottoscrizione da parte di questi ultimi di piani di aggiustamento macroeconomico, ha entusiasmato i mercati, riportando lo spread italiano ben sotto quota 400.

Tuttavia, l’intervento della BCE da sola non basta: in Europa bisogna andare avanti con la road-map contenuta nel documento Van Rompuy-Barroso-Juncker-Draghi del 28 giugno 2012, che punta a realizzare in Europa unione bancaria, economica, fiscale e politica.

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