IMMIGRAZIONE: BRUNETTA, 5 IDEE CONTRO RAZZISMO E BUONISMO

Ius soli? Ius sanguinis? Solo slogan. Buoni per la polemica, ma del tutto inutili e inadatti a risolvere i problemi. Il ministro per l’Integrazione, Cécile Kyenge, è senz’altro tra gli esponenti più conosciuti dell’esecutivo Letta, ma anche tra i più controversi. Oggetto di stupidi insulti, ma anche di inutili piaggerie”. Così Renato Brunetta, capogruppo del Pdl alla Camera dei deputati, in un editoriale pubblicato da “Il Giornale”.

“Premesso che, in assenza di un modello universale prevalente di riconoscimento della cittadinanza, le valutazioni sono ampiamente rimesse alla discrezionalità politica di ciascuno Stato, per cogliere le criticità della situazione italiana, può essere utile considerare alcuni indicatori comparativi rispetto ad altri ordinamenti avvicinabili a quello italiano, sia per la collocazione geopolitica, sia per l’appartenenza all’Unione europea. A questo fine si farà riferimento a uno (il più significativo) degli indicatori sulla cittadinanza elaborati dall’European observatory on democracy (Eudo): un consorzio di istituti di ricerca che ha sede presso il Robert Schuman Centre dell’Istituto Universitario europeo di Firenze. L’indicatore è il Citimp (Citizen Implementation), che si fonda su 5 fattori relativi alle modalità di implementazione (burocratico-amministrativa) della normativa nazionale: promozione, documentazione, discrezionalità, burocrazia e verifica”.

“Dall’analisi comparata dei dati emerge che, con riferimento all’implementazione della legislazione sulla cittadinanza, l’Italia è in linea con l’Europa solo sul piano della ‘verifica’, vale a dire il sindacato giurisdizionale, mentre sugli altri fattori è indietro. A volte, molto indietro. In particolare sulla documentazione (facilità nel provare il possesso dei requisiti) la situazione è veramente drammatica. Sulla base di tali criteri, se si svolge un esame sull’intero continente europeo (anche extra Ue) risulta che l’Italia è al 32° posto su 36 Stati. Un ulteriore elemento che emerge riguarda il luogo di residenza di coloro che hanno acquisito la cittadinanza italiana tra il 2007-2009. Dall’analisi emerge che una percentuale molto rilevante di costoro risiede all’estero. È lecito, pertanto, desumere che, attesa la sua conformazione geografica, unita all’appartenenza all’Unione europea, l’Italia, oltre ad essere un paese particolarmente appetibile ai flussi migratori, rappresenta spesso solo un luogo di passaggio intermedio verso altre destinazioni. L’acquisizione della cittadinanza è, dunque, spesso strumentale alla successiva emigrazione in altri paesi, resa più facile dall’aver acquisito la cittadinanza italiana”.

“Alla luce delle considerazioni sopra esposte si conferma la necessità di adottare sul tema della cittadinanza un approccio laico, pragmatico e articolato. E tra i primi, va affrontato il nodo dell’acquisizione della cittadinanza come scelta meramente strumentale ad una successiva emigrazione in altro paese. Su questo piano, l’intervento deve riguardare, più che le norme sull’acquisizione della cittadinanza, quelle sul suo mantenimento e sulla possibile perdita o revoca della stessa, mediante l’individuazione di criteri che ‘smascherino’ tentativi di uso opportunistico delle norme”.

“In conclusione, e senza pretesa di completezza, qualora si decidesse di intervenire con un provvedimento che disciplini il fenomeno dell’immigrazione in Italia, evitando simultaneamente fenomeni di chiusura e di razzismo, ma anche di buonismo controproducente, si dovrebbe discutere avendo come punti di riferimento le seguenti strategie, da applicare unicamente agli immigrati ‘da domanda’:

1) una riduzione dei tempi di residenza in Italia ai fini dell’acquisizione della cittadinanza nel caso di nascita sul territorio italiano: si tratta, infatti, di tempi che attualmente appaiono significativamente superiori (a volte di due o tre volte) rispetto a quelli di altri paesi;

2) una qualche disciplina che consenta di mitigare il criterio della durata ininterrotta della residenza in Italia ai fini del riconoscimento della cittadinanza;

3) la previsione della possibilità di anticipare il momento della richiesta della cittadinanza o comunque l’accertamento della sussistenza dei requisiti, magari prevedendo degli «step» durante il lungo periodo di residenza;

4) una miglior definizione dei criteri di acquisizione del diritto di cittadinanza, che limitino l’ampia discrezionalità dell’amministrazione;

5) una disciplina per mitigare, magari con provvedimenti di natura provvisoria o comunque con abbattimento dei tempi, gli effetti della tardività del riconoscimento della cittadinanza acquisita di diritto in presenza dei presupposti di legge”.

“Di questo, ministro Kyenge, dobbiamo cominciare a parlare. Gli slogan non servono, se non a tacitare, a destra come a sinistra, le cattive coscienze, di un’Italia miope, egoista, all’apparenza buonista, tutta ideologia, burocraticamente inefficiente e feroce, in fondo razzista, per fragilità e paura”, conclude Brunetta.

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