CRISI: BRUNETTA, UN ‘TESORO’ DA 4 MLD NASCOSTO IN BANKITALIA

“Da una decina di giorni il ministro dell’Economia e delle finanze Fabrizio Saccomanni ha finalmente cominciato a seguire i consigli che da tempo gli vengono rivolti dal Pdl”. Così Renato Brunetta, capogruppo del Pdl alla Camera dei deputati, in un editoriale pubblicato da “Il Giornale”.

“Facciamo un’ulteriore proposta. Una proposta vincente, sotto tutti i punti di vista. Win-win-win, direbbero gli inglesi, perché dalla rivalutazione del capitale della Banca d’Italia derivano benefici per tutti: per le banche; per le imprese e le famiglie, che vedono riaprire nei loro confronti i rubinetti del credito; per lo Stato, che trae vantaggio in termini di gettito (l’operazione potrebbe portare nelle casse pubbliche fino a 4 miliardi di euro)”.

“Tutto iniziò nell’ormai lontano 2005. Grande battaglia per riorganizzare il settore delle banche, con quella che poi diverrà la Legge 262: ‘Disposizioni per la tutela del risparmio e la disciplina dei mercati finanziari’. Tra le novità introdotte da quella Legge, il comma 2 dell’articolo 19, recita che la Banca d’Italia ‘è istituto di diritto pubblico’. Se la banca è un istituto di diritto pubblico, non vi possono essere altri proprietari che non siano lo Stato. Ma, nella lunga tradizione della Banca d’Italia, così non è mai stato. Contraddizioni della storia e del parto difficile che, nel lontano 1933, portò alla nascita della nostra banca centrale. Il capitale di allora era pari a 300 milioni. Con la nascita dell’euro e con scarsa fantasia fu semplicemente tradotto nel nuovo conio: per cui ancora oggi ammonta appena a 156.000 euro. Una bazzecola. Specie se si considera che il totale delle riserve finora accumulate (31 dicembre 2012) ammonta a più di 22,6 miliardi di euro”.

“L’anomalia era evidente e il legislatore del 2005 decise di porvi rimedio. Stabilì, infatti che ‘è ridefinito l’assetto proprietario della Banca d’Italia, e sono disciplinate le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data dell’entrata in vigore della presente legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici’. Mai norma fu così precisa e, forse proprio per questo, disattesa. Da allora gli anni passati sono pari a più del doppio, ma il capitale rimane quello del 1933. E restano più o meno identici gli azionisti di riferimento: 64 enti di cui solo 58 con diritto di voto. L’assoluta maggioranza dei quali (51) appartenenti al settore bancario”.

“La soluzione migliore, in linea con quanto accade nel resto d’Europa, sarebbe quella di ‘liquidare’ i vecchi azionisti e trasferire interamente il capitale nelle mani dello Stato. Se non si è adottata questa soluzione, il motivo è stato prevalentemente di carattere economico. È chiaro, infatti, che disciplinare ‘le modalità di trasferimento’ significherebbe un cospicuo esborso finanziario”.

“Ecco allora la soluzione, se si vuole provvisoria, in attesa che lo Stato trovi i soldi per rilevare le quote possedute dalle banche. Se ne rivaluti il valore facciale, sulla base dei parametri correnti, tenendo conto del valore effettivo delle riserve e si consenta agli stockholder di apportare le opportune variazioni di bilancio. Ne deriverebbe un rafforzamento patrimoniale e quindi un beneficio indiretto alle imprese, sotto forma di maggiore disponibilità all’erogazione del credito. Al tempo stesso le singole banche realizzerebbero delle plusvalenze, che andrebbero tassate, facendo così contento l’Erario, che potrebbe contare di un cespite aggiuntivo. Se non è l’uovo di Colombo, poco ci manca”, conclude Brunetta.

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