BRUNETTA: DEFICIT/PIL VERSO 2,8%, NESSUN MARGINE PER FINANZIARE ULTERIORI SPESE

Dichiarazione dell’onorevole Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia:

“Time is over: dicono gli inglesi. Il tempo è scaduto. Dopo il Consiglio europeo è giunto il momento della verità. Quelle coperture fantasma della Matteoeconomics vanno ora trovate. E non sarà facile, a causa dei reali andamenti della finanza pubblica italiana, che sono meno brillanti di quanto a prima vista poteva apparire. Dobbiamo riconoscere che il sospetto l’aveva avuto lo stesso presidente del Consiglio, quando aveva dubitato del lascito del governo Letta. Solo che quei dubbi erano stati subito accantonati per dar luogo ad una comunicazione all’insegna di un ottimismo di maniera, di cui erano evidenti i fini elettoralistici.

Conti senza l’oste. Gli austeri controllori di Bruxelles non si sono fatti convincere dalle celebrazioni del Rinascimento italiano. Vogliono vedere le carte. Il dare e l’avere che dovrebbe consentire una manovra di circa 1 punto di Pil – a tanto ammontano le promesse annunciate – e, al tempo, stesso il rispetto della dura asticella del 3%. Non invidiamo il buon Pier Carlo Padoan e la sua tradizionale mitezza. La sua è una missione che sembra impossibile.

Il deficit italiano è stato certificato nel 2,6% del Pil. I conti tornano sia che si consideri la Nota di variazione al Def, presentata lo scorso 20 settembre ed approvata solennemente dal Parlamento, sia i più recenti calcoli della Commissione europea, nel suo European Economic Forecast – Winter 2014. Le metodologie sono in parte diverse, ma quel che conta è l’identico risultato. Le risorse già impegnate sono tuttavia leggermente superiori (circa 0,2 punti di Pil in più) come certifica lo stesso documento parlamentare in cui si legge: ‘l’utilizzo di 0,2 punti percentuali del saldo 2014 (differenza tra saldo a legislazione vigente e quello programmatico) è giustificato dalla volontà di finanziare alcune voci di spesa in conto capitale non incluse nel saldo a legislazione vigente’.

Risultato un deficit che ormai viaggia verso il 2,8%. Nessun margine, pertanto, per finanziare ulteriori spese. Specie se esse hanno la dimensione annunciata. Ed allora? Il sommesso consiglio è quello di non insistere. Non inventiamo continuamente nuovi possibili impegni, come quelli proposti da Vasco Errani che vorrebbe scorporare dai tetti previsti le spese per il cofinanziamento dei fondi europei. Una risposta già c’è stata. Ed è stata negativa.

Matteo Renzi si concentri invece sulle grandi riforme da realizzare per aumentare il potenziale produttivo del Paese. Il decreto legge sulla flessibilità del mercato del lavoro è un buon inizio, ma, da solo, è insufficiente. All’appello manca ancora tutto il resto, a partire dalla compressione del perimetro della PA: tanto a livello nazionale che locale. Operazione che non si concilia con i tempi delle elezioni europee. Comprendiamo l’imbarazzo del premier: un conto è promettere, in vista della campagna elettorale, mille euro in busta paga ai lavoratori dipendenti. Altra cosa è affrontare i nodi veri della società italiana. Ma da questo dilemma non si esce utilizzando le tecniche di una comunicazione ‘scapigliata’”.

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