Legge di stabilità da rifare. Un fisco più leggero per uscire dalla crisi
È tutto sbagliato, è tutto da rifare. Non l’ha detto solo Silvio Berlusconi fin dall’inizio della crisi. Lo ha detto da ultimo il Fondo Monetario Internazionale; lo afferma da tempo una vastissima letteratura scientifica; lo hanno detto, fin da subito, premi Nobel del calibro di Paul Krugman e Joseph Stiglitz e banchieri centrali. Ormai lo pensano tutti. La politica economica di Angela Merkel e di Mario Monti non ha risolto nulla, ha solo aggravato i problemi, con i tanti sacrifici chiesti agli italiani per niente. Ci siamo svenati, ma il debito pubblico è aumentato, è aumentata la disoccupazione, l’inflazione e la pressione fiscale. Sono precipitati i consumi ed è crollato il PIL. Ecco a cosa sono serviti sangue, sudore e lacrime: a nascondere la cattiva coscienza di un’Europa a trazione tedesca, che ha perso la sua missione.
Una volta, la sigla del Fondo Monetario Internazionale, che in inglese è IMF, veniva declinata dagli addetti ai lavori in “It’s Mostly Fiscal”, data l’impostazione rigorista della politica economica del Fondo, specialmente nei periodi di crisi. Ebbene, nell’ultimo World Economic Outlook, l’istituzione di Washington ha abbandonato il proprio dogma sull’austerità, per abbracciare la teoria della crescita.
In particolare, il Fondo Monetario Internazionale ha rilevato rischi di “avvitamento” delle economie dell’eurozona, derivanti dalle stringenti manovre di consolidamento dei conti pubblici attuate dai governi in periodi caratterizzati da congiuntura economica negativa. Secondo le analisi di confronto internazionale svolte dal Fondo, alcuni errori di previsione della crescita, effettuati negli ultimi anni da quasi tutti gli enti preposti a tali stime, indicano la presenza di una sistematica sottovalutazione dell’impatto delle misure di rigore sulla crescita economica. In base ai risultati presentati, i moltiplicatori fiscali effettivi sperimentati nei paesi avanzati nel periodo della crisi sono da 2 a 3 volte maggiori di quelli abitualmente utilizzati nelle analisi economiche.
Ciò implica che per ogni punto percentuale di PIL di contenimento del disavanzo fiscale (al netto degli effetti del ciclo economico), la crescita economica di breve termine si riduce oggi di più di 1,5 punti percentuali, rispetto alla contrazione di mezzo punto percentuale che si registrava negli anni precedenti la crisi. Questo si deve alle condizioni cicliche dell’economia nelle quali gli aggiustamenti di bilancio sono stati implementati ed al limitato ruolo di supporto alla crescita della politica monetaria dovuto alle persistenti difficoltà nel sistema finanziario internazionale causate dalla recessione. In altri termini, oggi più di ieri il rigore fa male alla crescita e allontana drammaticamente la ripresa. Altro che compiti a casa. Altro che salva Italia.
Con riferimento all’Italia, l’Istat, nelle sue ultime considerazioni di natura generale sull’impatto che le manovre di messa in sicurezza dei conti pubblici hanno avuto sullo scenario macroeconomico nel periodo della crisi, ha rilevato che il peggioramento del saldo del bilancio pubblico che emerge dalla Nota di aggiornamento al DEF di settembre 2012 è attribuibile soprattutto alla dinamica delle spese primarie correnti e della spesa per interessi, la quale ha più che compensato gli incrementi di gettito fiscale. Cioè più tasse hanno prodotto meno gettito, perché la crisi ha ridotto la base imponibile.
Tale constatazione rende evidente, secondo l’Istat, come il proseguimento di un percorso di deciso e duraturo risanamento fiscale non possa essere realizzato senza un’attenta valutazione del rischio che le manovre di consolidamento vengano riassorbite dal peggior andamento del quadro macroeconomico. Poiché quest’ultimo non è indipendente dalle caratteristiche delle manovre, quindi, gli interventi di politica economica devono essere disegnati attentamente, al fine di minimizzare l’effetto negativo sulla crescita di breve termine e, soprattutto, di aumentare il potenziale di sviluppo a medio termine. Nell’ultimo anno tutto questo non è stato tenuto in debito conto. Anzi, con la pistola dello spread puntata alla tempia, il governo dei tecnici ha consapevolmente fatto il contrario.
In sintesi: abbiamo sbagliato tutto. E se ce lo dice il Fondo Monetario Internazionale, e lo conferma l’Istat, c’è da crederci. Abbiamo sbagliato tutto in Italia e nell’eurozona, con le politiche sangue, sudore e lacrime che l’Europa tedesca ha imposto ai paesi sotto attacco speculativo, secondo una visione (errata) della crisi, dettata dal pedagogismo calvinista di Angela Merkel, per cui lo spread alto è colpa degli Stati, che devono per questo autopunirsi e fare i compiti a casa. Drammatici e inutili compiti a casa che il nostro paese ha puntualmente svolto con il governo Monti, che appena insediato si è affrettato a varare il tragico decreto cosiddetto Salva Italia, scegliendo la via più breve per il risanamento dei conti: alzare le tasse. Senza valutare gli effetti che una tale decisione avrebbe avuto sul tessuto economico e sociale del paese.
Ed è così che l’effetto cumulato delle manovre (dal 2008 al 2014), finalizzate al conseguimento del pareggio di bilancio nel 2013, che hanno caratterizzato l’ultima legislatura, ha raggiunto quota 328 miliardi di euro, sottoponendo il nostro paese a uno stress insopportabile. Manovre che non sono ancora finite, perché ad esse si va ad aggiungere la Legge di Stabilità per il 2013, attualmente in discussione in Parlamento, che avrà un ulteriore impatto sulle finanze pubbliche, nel triennio 2013-2015, di 11,6 miliardi.
Una legislatura l’ultima, dicevamo, sotto l’insegna di manovre correttive dei conti pubblici finalizzate a rispettare i nostri impegni con l’Europa, ma sotto l’insegna, anche, della bassa crescita del PIL (che pur viene da lontano) e della bassa produttività. Una legislatura che è stata caratterizzata, almeno dall’estate dell’anno scorso, dalla più profonda crisi economica e finanziaria della moneta unica, l’euro, e dai conseguenti attacchi speculativi alla nostra economia e a quella dei paesi considerati più deboli dell’eurozona.
Crisi economica e finanziaria iniziata con i mutui subprime nell’estate del 2006 negli Stati Uniti, che si è poi trasferita dalla finanza privata alla finanza pubblica, nella forma di speculazione sui debiti sovrani. Crisi che ha messo a nudo soprattutto l’incapacità dell’Unione europea di reagire agli attacchi alle finanze pubbliche di singoli Stati nazionali e che ha svelato l’impotenza, la mancanza di critica, l’appiattimento e la debolezza delle istituzioni europee, in particolare della Commissione, che, piuttosto che svolgere il proprio ruolo istituzionale riequilibrando i rapporti di forza, economici e politici, tra paesi del Nord e paesi del Sud, ha ceduto di fatto la propria sovranità allo Stato tedesco, allineandosi passivamente alle ricette da questo imposte a tutta l’eurozona.
È mancata completamente un’analisi seria e condivisa della crisi ed è mancata un’analisi seria e condivisa della terapia da adottare. Nessuno l’ha mai fatta, nessuno ha voluto che si facesse. Nessuno ha mai messo in discussione l’egemonia e l’egoismo dei tedeschi, che lungo tutta questa crisi, e soprattutto nell’ultimo anno e mezzo, hanno di fatto bloccato, a livello di eurozona, le riforme necessarie; hanno di fatto bloccato Mario Draghi nella sua volontà di acquisto da parte della BCE di titoli di Stato con vita residua fino a 3 anni; hanno di fatto bloccato il Meccanismo Europeo di Stabilità; hanno di fatto bloccato l’unione bancaria; mentre di unione economica (eurobond) e politica nessuno parla più. L’unica cosa che non è stata bloccata è il masochismo del rigore imposto ai paesi sotto attacco speculativo.
Ed è così che la nostra economia e la nostra società proprio di rigore stanno morendo. E l’austerità, se declinata senza le opportune misure per la crescita, ci allontana, paradossalmente, dal raggiungimento degli obiettivi di risanamento della finanza pubblica. Se la sequenza è unicamente quella del taglio della spesa pubblica e dell’aumento della pressione fiscale, con relativo avvitamento in termini di crescita, non solo non si raggiungono gli obiettivi fissati, ma si finisce per ridurre drasticamente l’efficacia della politica monetaria che il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha cercato di far convergere progressivamente verso l’impostazione espansiva adottata dalle altre banche centrali mondiali.
Per tutte queste ragioni, l’esame in corso in Parlamento sulla Legge di Stabilità per il 2013 va svolto non solo con riguardo a quanto in essa contenuto, ma anche, soprattutto, alla luce di questi ultimi 5 anni di crisi, della politica economica che ne è conseguita, delle manovre e dell’evoluzione della governance economica, finanziaria e istituzionale in Europa.
La Legge di Stabilità, ricordiamo, rappresenta il punto nodale del Semestre europeo: il calendario di scadenze introdotto dal Consiglio europeo del 7 settembre 2010 e avviato nel 2011, al fine di assicurare coerenza finanziaria tra le politiche strutturali e gli obiettivi di finanza pubblica di ciascun paese dell’area euro. Il Semestre europeo prevede che ogni anno, entro fine aprile, il governo presenti al Parlamento il Documento di Economia e Finanza (DEF), che al suo interno contiene il Programma di Stabilità (PdS), vale a dire le strategie di bilancio definite dal governo, elaborate sulla base di specifiche analisi delle tendenze della finanza pubblica, e il Programma Nazionale di Riforma (PNR), cioè l’agenda delle azioni da intraprendere per conseguire gli obiettivi dichiarati. Infine, entro il 15 ottobre di ogni anno, in ossequio al Semestre europeo, il governo presenta al Parlamento, appunto, la Legge di Stabilità, che costituisce la manovra di finanza pubblica e rappresenta lo strumento principale di attuazione degli obiettivi programmatici definiti con il DEF.
Alla luce di tutto quanto abbiamo detto, quest’anno, la Legge di stabilità per il 2013 può essere considerata in 2 modi: o l’ultima, fallimentare, di un quinquennio, con i caratteri del ciclo sopra esposti; o la prima, di speranza, per una nuova fase. Pertanto, le considerazioni che si andranno a fare in Parlamento non possono non tenere conto diacronicamente di tutto quello che è successo nel corso della legislatura, in termini di riforme, di manovre e di impegni con l’Europa, sia sul piano economico e finanziario, sia sul piano della governance.
E la discussione non può che essere orientata al futuro. Dobbiamo chiederci come avviare riflessioni e considerazioni decisive per affrontare nella maniera più corretta e più sostenibile le sfide che abbiamo davanti, con particolare attenzione alla crescita, che è la sola che può consentirci credibilità nei confronti dei mercati, sostenibilità riguardo all’equilibrio di bilancio, e soprattutto equità nella distribuzione del reddito e incremento di produttività e di competitività.
L’obiettivo deve essere la riforma delle riforme: quella fiscale. Conosciamo tutti la stretta correlazione tra pressione tributaria e crescita. Noi siamo arrivati a un livello insopportabile di tassazione che, insieme alle altre inefficienze strutturali della nostra economia, finisce per vanificare qualsiasi possibilità di essere competitivi. E proprio la pressione fiscale sulle famiglie e sulle imprese è il nodo centrale in questa congiuntura economica e dopo 5 anni di crisi.
Da qui la proposta di incentrare sul tema del fisco la discussione sulla Legge di stabilità e l’esigenza di chiedere al governo profonde e opportune modifiche al testo approvato dal Consiglio dei ministri. In tal modo si potrà, dunque, porre rimedio a una grave mancanza del governo, che non ha ascoltato, prima del varo della Legge di Stabilità, non si sa se per arroganza o per mancanza di tempo, né la sua maggioranza né le parti sociali. Né i professori, evidentemente in altre faccende affaccendati, hanno studiato e preso in considerazione la letteratura scientifica più recente in termini di efficacia della politica economica in tempi di crisi.
A questo punto, la Legge di stabilità, che si presenta come ultima stazione di un percorso sbagliato, deve totalmente cambiare. Altrimenti, se non c’è la volontà di renderla il primo atto di una nuova strategia di politica economica, non più subalterna all’Europa tedesca di Angela Merkel, meglio non farne nulla. Diventerebbe solo uno stucchevole pasticcio redistributivo pre-elettorale. Con le elezioni a mettere ciascuno davanti alle proprie responsabilità. Tanto gli spread non dipendono da noi. Ma dall’Europa cinica ed egoista di Angela Merkel, come ben sa il presidente Monti.
FONTE: Il Giornale



