Legge di stabilità, troppo rigore senza tenere conto dello stress accumulato in cinque anni di crisi
Ecco di seguito il mio intervento tenuto subito dopo l’audizione del ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, dinanzi ai membri delle commissioni Bilancio di Camera e Senato.
Ho molto apprezzato la disponibilità del governo, e la sua in particolare ministro Grilli, a discutere a fondo di questa Legge di stabilità. Discussione che, lo dico con un pizzico di malizia, non c’era stata prima né con la maggioranza che sostiene il governo, né con le parti sociali, come abbiamo sentito. Quindi, se non si è fatto prima si deve fare dopo. E il dopo non può che avvenire in Parlamento.
Il giudizio della mia parte politica su questa Legge di stabilità non è positivo. Per una semplice ragione: questa è l’ultima Finanziaria della legislatura. E la chiamo Finanziaria perché le tre precedenti si chiamavano Finanziarie e quella dello scorso anno si chiamava Legge di stabilità, ma era stata appoggiata al Senato con alcune regole di stralcio di ammissibilità diverse.
Il mio giudizio, il giudizio della mia parte politica, è negativo perché questa Legge di stabilità rappresenta una totale continuità nei confronti del passato, senza tenere conto dell’effetto cumulato rispetto a questi ultimi cinque anni. Cinque anni di crisi, cinque anni di manovre, cinque anni di tagli, cinque anni per cui dal 2008 – e lei lo sa bene, perché in altra veste è stato l’artefice di tutta sequenza tra Finanziarie e manovre correttive – abbiamo sottoposto il Paese ad uno stress assolutamente rilevante, per cui il giudizio che si poteva dare del primo decreto della primavera-estate del 2008 non è lo stesso che si deve dare adesso. Perché c’è stato un cumulo di impatti, di tagli, di analisi e di redistribuzione che ha assolutamente stressato il Paese. Ricorderò alcune cifre: 260 miliardi di euro del governo precedente, dal 2008 al 2014, primi 60-65 miliardi governo Monti, più ulteriori effetti correttivi.
Mi pare che manchi, in questa Legge di stabilità, la percezione dell’impatto non solo di questa legge stessa, ma anche dell’impatto che può avere un provvedimento del genere, che arriva dopo altri 4, oltre ai decreti correttivi che si sono aggiunti. Per cui gli impatti che ne derivano su famiglie e imprese non sono marginali, cioè dell’ultima Legge di stabilità, ma sono l’effetto cumulato di tutte le precedenti. È qui che il giudizio deve allargarsi. Lo dico facendo un po’ di autocritica: è stata questa la politica economica giusta per gestire la crisi? O era corretta nei primi anni ma non negli ultimi, ivi compreso quello in corso? È questa la strategia più corretta per la sostenibilità della finanza pubblica? È questa la strategia per la corretta trasmissione della politica monetaria all’economia reale, come ci ricorda sempre il presidente della Bce, Mario Draghi?
Ecco, su questo noi avremmo grandi dubbi.
E lo dico prima di entrare nel merito dei più e dei meno, la qual cosa mi interessa relativamente poco, anche data l’entità limitata della manovra stessa, perché rischiamo di ingaglioffirci sui più e sui meno rispetto a un’entità correttiva di poco conto. Quindi stiamo ragionando di briciole che arrivano dopo un quinquennio di stress; e, forse, non abbiamo bene in testa la strategia per il futuro.
Il giudizio che io dò su questa legge di stabilità è negativo in questa versione, perché è troppo continuista senza tener conto di quello che è successo. È troppo continuista senza tenere conto del futuro. È troppo continuista nel senso dello stress che il nostro Paese ha subito, al pari degli altri.
Per queste ragioni approfitto della disponibilità del governo, e la sua in particolare, a discuterla, guardando al futuro piuttosto che al passato.
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