Un’Agenda per l’Italia

È passato quasi un anno dalla discesa in campo del professor Monti. È passato quasi un anno di governo tecnico che ha usufruito del sostegno di una maggioranza senza precedenti nella nostra storia repubblicana. Oggi l’attenzione è posta solo parzialmente sugli atti che spettano ancora a questo governo, mentre lo sguardo è già proiettato al dopo elezioni. Gli stessi provvedimenti in corso, la stessa Legge di stabilità, sono analizzati alla luce di ciò che accadrà in futuro, perché diverso è il segnale che essi danno all’economia, nel bene e nel male, se interpretati nell’ambito di una previsione di continuità dell’azione di governo, o di cambiamento più o meno accentuato. Fino ad oggi si è molto discusso sul grado di discontinuità effettiva tra il programma Monti e l’azione del precedente governo, che si era definita progressivamente intorno agli impegni sottoscritti con la lettera del 26 ottobre 2011 del governo italiano ai presidenti di Consiglio e Commissione europea e in risposta alla lettera della BCE all’Italia del 5 agosto 2011. Oggi dobbiamo avere il coraggio di lasciare agli storici la discussione su questo tema, così da non alimentare ulteriori e inutili divisioni politiche. Al contrario, è necessario cercare di pensare a possibili discontinuità o continuità future, perché queste aspettative influenzano da oggi i comportamenti degli attori dell’economia, ancor prima che quelli degli attori della politica.

Non sappiamo ancora quali saranno le formazioni che si confronteranno con gli elettori, né quali saranno le alleanze, ma uno dei discrimini programmatici proposti, almeno sul piano mediatico, è la continuità o meno con la cosiddetta Agenda Monti. In realtà non esiste un’agenda Monti. Il tema è troppo importante per essere lasciato alla strumentalizzazione e all’opportunismo di chi si vuole appropriare di un marchio “a prescindere”. Esiste, piuttosto, un’agenda Berlusconi, attuata con i provvedimenti di agosto 2011 e con il maxi-emendamento alla Legge di Stabilità dell’11 novembre 2011. Monti, nel suo programma di governo, non ha fatto altro che assumerla totalmente, con un’unica variante, dettata dal peggioramento congiunturale, di un’ulteriore manovra correttiva dei conti per 63 miliardi di euro, nel triennio 2012-2014, basata in gran parte su un inasprimento fiscale sulla proprietà immobiliare.

Esiste, dunque, un programma e un’azione del governo Monti. Si tratta del programma di un governo tecnico concepito per essere attuato in un periodo molto breve, anche se ciò non significa che l’orizzonte temporale che ha guidato le decisioni sia stato quello del breve periodo, un programma ufficialmente definito di emergenza. Credo sia necessario distinguere due tipi di emergenza che hanno caratterizzato quest’azione di governo. La prima è quella che riguarda l’aggiustamento dei conti condotta sotto la pressione speculativa internazionale con forti implicazione macroeconomiche sulla dinamica tra crescita e consolidamento fiscale. La seconda è quella che riguarda l’attuazione di riforme strutturali, che per definizione non dovrebbero afferire all’emergenza, ma che, con il governo Monti, sono state affrontate sotto la pressione dell’emergenza, e quindi con l’urgenza di chi ne ricerca gli effetti attesi di breve periodo sulle aspettative dei mercati. Con il risultato che si è scelta la via più facile e rapida: alzare le tasse. E si sa che le manovre attuate aumentando le tasse provocano una contrazione dell’economia pari almeno a un punto e mezzo di PIL per ogni punto di pressione fiscale in più.

Per proiettare nel futuro il programma o l’azione di emergenza del governo Monti, dovremmo provare a ragionare su cosa ciò significhi in un contesto già oggi per molti versi cambiato. Partiamo dall’emergenza di bilancio e macroeconomica.  Il governo Monti ha ereditato gli obiettivi già sottoscritti dal governo Berlusconi tra agosto e ottobre 2011. Tra questi obiettivi c’era l’anticipo al 2013 del pareggio di bilancio strutturale, decisione sbagliata sul piano di una corretta conduzione della politica economica, ma che fu presa nel pieno di una tempesta speculativa finanziaria e sotto la pressione di un’Europa ancora incapace di contestare la politica economica sangue, sudore e lacrime per i paesi sotto attacco, dettata dall’egemonismo calvinista di Angela Merkel. Quest’obiettivo si saldava con il varo del disegno di costituzionalizzazione del pareggio di bilancio e con la decisione di fissare date certe di aumento dell’IVA come salvaguardia del rispetto dell’obiettivo. Al tempo stesso l’Italia aderiva al Fiscal compact. La responsabilità politica di queste scelte è di tutta la maggioranza che ha sostenuto il governo tecnico, come del governo precedente, che ha ritenuto per primo di accelerare l’azione di consolidamento fiscale, che già prima dell’estate 2011 aveva dato frutti solidi di aggiustamento del bilancio, come dimostrato da tutti i dati economici.

Perché oggi la situazione è cambiata? In primo luogo perché questa politica europea, di cui la politica italiana è stata l’appendice, si è dimostrata teoricamente e empiricamente errata. Empiricamente perché i dati della recessione italiana e della stagnazione complessiva dell’Europa e i dati drammatici della disoccupazione in crescita in tutta l’Europa lo dimostrano, come lo dimostra anche il rimbalzo negativo sulla crescita dei paesi emergenti e degli Stati Uniti, mercati importanti anche per le esportazioni europee.

Teoricamente perché, come i recenti studi del Fondo monetario internazionale hanno avvertito, la politica dell’austerity  non può essere espansiva, cioè con effetti di crescita. E chi lo sosteneva si basava su analisi vecchie che non tenevano conto dell’aumentato grado di interazione delle economie. Oggi i moltiplicatori negativi di una contrazione del bilancio che misurano gli effetti sulla crescita del Pil sono due o tre volte superiori a quelli considerati da chi propugnava l’accelerazione del rientro dai deficit. Questo vuol dire che una eccessiva velocità di rientro dagli squilibri di bilancio determina effetti così negativi sulla crescita da impedire anche l’eliminazione di questi squilibri. Del resto, è quanto accaduto in varie parti dell’Europa e anche in Italia, dove si apre il divario tra deficit nominale e deficit strutturale, cioè corretto per il ciclo.

Oggi, dicevamo, la situazione è cambiata, anche perché sotto l’evidenza di questi fatti, le posizioni europee di consenso stanno cambiando ed è oggi chiaro a quasi tutti in Europa che ciò che è rilevante è l’euro, la sua imperfetta architettura e, di conseguenza, la governance economica e politica europea, che dovrà mutare nella direzione delle quattro unioni, bancaria, economica, fiscale e politica, proposte dai presidenti di Consiglio europeo, Commissione europea, Banca Centrale Europea e Eurogruppo, di cui si discuterà nella riunione dei capi di Stato e di governo del 18-19 ottobre a Bruxelles.

Cosa significa tutto ciò per l’Agenda per l’Italia? Significa conciliare due esigenze. La prima è quella di non tornare indietro, dopo gli impegni presi e le conseguenze negative sopportate, rispetto agli obiettivi fissati di pareggio di bilancio, ma prestando la massima attenzione a non mancare l’obiettivo per “eccesso di rigore” (overshooting). Ciò vuol dire ammettere, da parte di tutti, gli errori e fare manutenzione. C’è lo spazio in sede di riforma fiscale e altro spazio si può trovare, come del resto si stava facendo da anni, in sede di riforma della Pubblica amministrazione o, come è ora più di moda, in sede di Spending review. L’importante è capire che non ci sono scorciatoie, e quelle che appaiono salvifiche spesso sono pericolose perché piene di buche. Ma l’obiettivo fondamentale è quello di continuare la pressione in sede europea per un mutamento di politica economica. Su questo terreno il governo è senza dubbio riuscito a trovare spazi di autorevolezza notevoli perché supportato da una maggioranza politica in Parlamento senza precedenti. Si tratta di continuare a utilizzarla in modo coerente con l’azione della BCE, che cerca di attuare una politica monetaria espansiva che tuttavia viene sterilizzata dall’eccesso di rigore restrittivo nelle politiche di bilancio che ancora domina a livello europeo.

Come ci spiegano i più grandi banchieri centrali, Ben Bernanke e Mario Draghi in primis, nonché economisti come i Nobel Paul Krugman e Joseph Stiglitz, se la crisi economica e finanziaria non è ancora stata risolta, ciò è dovuto proprio alla difficile trasmissione della politica monetaria. Se, infatti, la politica di bilancio è eccessivamente restrittiva, non solo depotenzia l’effetto espansivo di un aumento della liquidità, agendo in senso contrario, ma, determinando aspettative negative, impedisce alla liquidità di trasmettersi all’economia reale. La liquidità non si trasforma, dunque, né in credito a imprese e famiglie da parte del sistema bancario, che utilizza la maggiore quantità di moneta disponibile per rafforzare i propri standard di patrimonializzazione intaccati dalla crisi economica, né in investimenti (e conseguenti assunzioni) da parte delle imprese, né, infine, in consumi da parte delle famiglie, che nell’incertezza propendono più per il risparmio. Ciò significa che la riduzione dei tassi di interesse inseguita dalle banche centrali non determina livelli di reddito più elevati, come invece previsto quando i canali di trasmissione di un’espansione monetaria all’economia reale funzionano.

Ma veniamo all’altro aspetto dell’emergenza, quello relativo all’urgenza con la quale sono state disegnate le riforme strutturali fondamentali attuate dal governo, quella della pensioni e quella del mercato del lavoro. Che ci fosse l’urgenza di vararle non è in discussione, soprattutto la prima, ancorché si trattasse di realizzare l’ultimo miglio di un assetto già virtuoso e in equilibrio, ma che assumeva un forte valore simbolico di fronte a cosiddetti mercati assetati di sangue. Ma gli errori tecnici, a volte dovuti alla fretta, a volte alla subalternità a posizioni conservatrici (della CGIL), a volte alla scarsa conoscenza dei dati, un prossimo governo politico, pur in continuità con gli obiettivi e le idee riformatrici dichiarate dal governo tecnico, dovrà correggerli. Non sarà difficile farlo per ciò che riguarda le pensioni, se si escluderanno i tentativi di annullare la sostanza della riforma che è quella di spostare l’età pensionabile e di uniformare i trattamenti, e ci si concentrerà appunto sugli errori di disegno, peraltro poco comprensibili per una riforma che aveva trovato in passato ostacoli politici ma non presentava difficoltà eccessive di disegno tecnico. Per ciò che riguarda la riforma del mercato del lavoro, la manutenzione dovrà essere più sostanziale affinché essa risponda in primo luogo ad un obiettivo primario: ridurre il rischio di assumere. Dalla riduzione di questo rischio consegue l’aumento di occupazione e la riduzione conseguente del precariato patologico.

Oggi, a partire dalla Legge di Stabilità all’esame del Parlamento, occorre avviare una riflessione alta, riprendendo la discussione sulla delega fiscale del governo Berlusconi, per uno scambio vero tra imposizione diretta e imposizione indiretta, per passare dalla tassazione delle persone alle cose in maniera seria (e non ridicola), cioè l’idea di una “svalutazione fiscale” per aiutare a ridurre il divario di competitività di costi accumulato dall’Italia nell’ultimo decennio nei confronti della Germania e altri paesi concorrenti, divario non correggibile con l’aggiustamento del tasso di cambio nominale. Il disegno complessivo della riforma fiscale in direzione di un sistema pro-crescita è anch’esso un terreno di confronto da sottrarre alla demagogia elettorale.

Ne abbiamo la possibilità attuando, inoltre, secondo le scadenze già previste, il Federalismo fiscale, in un processo di razionalizzazione della spesa, da integrare con la Spending review, di responsabilizzazione degli enti territoriali e di passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni standard. Ed è il momento di avviare la riforma delle riforme: una riduzione strutturale, in 5 anni, del debito pubblico per almeno 400 miliardi di euro (circa 20-25 punti di PIL) come valore obiettivo, così da portare sotto il 100% il rapporto rispetto al PIL, al fine di ridurre, nello stesso arco temporale, la pressione fiscale di un punto percentuale all’anno (dal 45% attuale al 40%) e rilanciare gli investimenti. Si rende necessario, infine, dare seguito al piano di progressiva riduzione degli incentivi statali alle imprese per finanziare contestualmente la totale eliminazione dell’IRAP (gettito 30-35 miliardi), in un contesto di impatto neutro sui conti pubblici.

Con questo metodo di analisi di tutte le altre azioni concrete riformatrici in direzione di una liberalizzazione dell’economia, come l’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha segnalato al governo e al Parlamento nella relazione del 2 ottobre 2012 in 72 punti, in tema di servizi pubblici locali, energia elettrica e gas, trasporti, settore bancario e assicurativo, servizi professionali, forse sarà possibile capire meglio il grado di continuità e di discontinuità che è necessario proporre per il futuro. Questa è la nostra Agenda per l’Italia. Forse si scoprirà che il maggior grado di continuità sostanziale è proposto da chi chiede che si aggiusti il tiro quando è necessario e si riconoscano oltre i meriti anche gli errori, non per amor di polemica, ma per non deviare da una visione di società libera, democratica e sovrana nel cui ambito immaginiamo o speriamo che possa iscriversi non l’agenda salvifica di un leader per l’emergenza, ma il programma e la speranza di cambiamento di un intero paese.

FONTE: Il Foglio

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