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	<title>Renato Brunetta &#187; redditi</title>
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		<title>Basta con la crisi: è l&#8217;ora della ripresa</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Jun 2009 09:47:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renato Brunetta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Foto di otogeo Gli analisti in tutto il mondo si interrogano sui tempi della ripresa. La recessione sta decelerando? Siamo vicini alla risalita? Le risposte non sono omogenee e soprattutto sono molto volatili. I governi si pongono le stesse domande. Ma a differenza degli analisti i governi sono chiamati ad influire su queste previsioni e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-1733" title="ripresa" src="http://www.renatobrunetta.it/wp-content/uploads/2009/06/ripresa.jpg" alt="ripresa" width="450" height="326" /><br />
<span class="fotodi">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/60697924@N00/391736399" target="_blank">otogeo</a></span></p>
<p>Gli analisti in tutto il mondo si interrogano sui tempi della ripresa. <strong>La recessione sta decelerando? Siamo vicini alla risalita?</strong> Le risposte non sono omogenee e soprattutto sono molto volatili. I governi si pongono le stesse domande. Ma a differenza degli analisti i governi sono chiamati ad influire su queste previsioni e quindi a dare risposte condizionate, cioè in parte dipendenti dalle politiche messe in atto. In parte, perché <strong>l’effettiva capacità dei governi di influire sulla crescita economica è scarsa, soprattutto per quella di lungo periodo</strong>. E’ maggiore la capacità di influenzare la congiuntura, soprattutto se essa è di tipo asimmetrico, se cioè colpisce un singolo paese o un’area del mondo. Ma è limitata se la recessione è globale, come nel caso che stiamo vivendo, e se, come è il caso dell’Italia, il paese è una piccola economia aperta fortemente integrata nei mercati internazionali. Non si tratta di una premessa per l’inazione della politica ma al contrario per una lettura oggettiva dei dati della recessione al fine di condizionarne, per quanto possibile, l’evoluzione futura con politiche appropriate.</p>
<p>I dati, anche quelli appena forniti dall’Istat relativi al primo trimestre dell’anno in corso sul Pil e le sue componenti di domanda, ci dicono che <strong>la recessione è grave, ma è nell’ordine delle recessioni conosciute negli anni settanta</strong>. I dati confermano che l’Italia sta subendo l’impatto della crisi mondiale attraverso due canali principali: il collasso del commercio internazionale e la crisi finanziaria che ha determinato un restringimento del credito. Questo impatto si legge, nei dati congiunturali italiani, nella caduta delle esportazioni, conseguenza del crollo della domanda mondiale, e nella forte flessione degli investimenti, scoraggiati dall’incertezza sulla domanda futura e frenati dalle difficoltà di finanziamento. Nei dati si legge anche l’effetto del ciclo delle scorte che accentua la flessione della produzione nelle fasi di riduzione della domanda. <strong>I governi, presi singolarmente, possono cercare di influenzare la domanda interna, cioè i consumi ed investimenti interni, non quella estera.</strong> I consumi delle famiglie sono certamente diminuiti, ma in misura limitata tenuto conto dell’ampiezza della recessione. Negli ultimi tre trimestri di recessione essi  hanno contribuito per meno di un quarto alla flessione del Pil, pur rappresentando la componente di maggior peso della domanda interna. La relativa tenuta dei consumi è spiegata dal fatto che i cosiddetti redditi fissi, cioè i redditi rappresentati da salari e pensioni, non sono colpiti dalla crisi, ma sono previsti al contrario crescere in termini reali grazie alla flessione del tasso di inflazione.</p>
<p>Evidentemente <strong>sono colpiti dalla crisi, tra i lavoratori dipendenti, coloro che perdono il lavoro e coloro che usufruiscono della cassa integrazione</strong>. Gli stanziamenti del governo per il sostegno di questi redditi sono stati fondamentali, non solo per un dovere sociale inderogabile dello Stato, ma per impedire la caduta della propensione al consumo. Se questa caduta non c’è stata è perché, di fatto, si sono ridotti, a causa della recessione, gli altri redditi, che sono principalmente i redditi da lavoro autonomo e altri redditi vari da capitale. E’ difficile dire quanti dei percettori di questi redditi siano soggetti a vincoli di liquidità, cioè non siano in grado di mantenere inalterati i propri consumi di fronte ad una flessione temporanea dei propri redditi, anche perché gran parte delle famiglie percepisce contemporaneamente redditi di vario tipo. Tuttavia è certo che per una parte non trascurabile di essi è possibile non ridurre i consumi proporzionalmente. Non lo è invece per molte altre fasce di lavoro autonomo, più deboli, soprattutto per i  tanti giovani e meno giovani che lavorano con contratti temporanei. Ma, si è detto, <strong>il governo è tenuto a far seguire l’azione alle analisi dei fatti</strong>. Fino ad oggi esso ha compiuto il suo dovere sui due fronti principali di impatto alla crisi. Esso <strong>ha stanziato fondi sufficienti a garantire sicurezza ai redditi</strong> di quei lavoratori dipendenti che vengono colpiti dalla flessione produttiva. Al tempo stesso, e come prima azione, <strong>ha offerto il sostegno necessario al sistema bancario italiano per superare difficoltà</strong> temporanee e garantire il risparmio degli italiani, bloccando così l’insorgere di situazioni di panico. Siamo ora entrati in una fase cruciale in cui si tratta di sostenere l’attività produttiva e la domanda interna per tre o quattro trimestri in attesa che riparta il ciclo mondiale. Ciò è necessario per tre motivi connessi tra loro. Il primo è che è necessario impedire che cresca il costo sociale ed economico  rappresentato dalla perdita di posti di lavoro o dalla riduzione delle ore lavorate. <strong>E’ preferibile, per quanto possibile, usare le risorse per creare o mantenere posti di lavoro che per sostenere i redditi di chi perde il lavoro</strong>, e questa strategia sarebbe favorita qualora si confermasse una dinamica dell’assorbimento di risorse per gli ammortizzatori sociali inferiore a quanto, per sicurezza, stanziato dal governo. Il secondo è che è necessario mantenere e rafforzare la capacità produttiva per poter cogliere la fase di ripresa. Il terzo è che è necessario stabilizzare gli altri redditi non da lavoro dipendente colpiti fortemente dalla crisi, soprattutto quelli delle fasce più deboli, e impedire che aumentino le difficoltà di accesso al lavoro per le nuove generazioni.</p>
<p><strong>Che fare quindi?</strong> Coniugare un’azione congiunta dal lato della domanda e dell’offerta. <strong>Dal lato della domanda, nell’ambito dei vincoli di bilancio, le risorse devono essere concentrate nella domanda pubblica di infrastrutture, di nuove tecnologie, di manutenzione del capitale pubblico e nell’incentivazione,</strong> spesso possibile a costo quasi nullo, della spesa privata nella stessa direzione (piano casa, manutenzione del capitale fisico privato, tecnologie verdi e digitali). Quest’azione può essere favorita sia da una maggiore efficienza della PA nei suoi pagamenti al settore privato sia da un’attenta ricomposizione della spesa pubblica che allenti, nel   rispetto dell’obiettivo generale di deficit pubblico, i vincoli di bilancio cui sono sottoposti gli enti locali nell’attuazione dei propri progetti di investimento. <strong>Dal lato dell’offerta è necessario aumentare l’azione sul sistema bancario</strong> perché non faccia mancare il credito di sostegno all’attività produttiva ed agli investimenti privati, cruciali non solo per il sostegno della domanda interna ma anche per mantenere ed adeguare la capacità produttiva affinché risponda alla ripresa della domanda. Oggi non manca il risparmio, è necessario rimetterlo in circolo.</p>
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		<title>Povertà e forza dei numeri</title>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 08:17:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renato Brunetta</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-426" title="monete" src="http://www.renatobrunetta.it/wp-content/uploads/2009/03/monete.jpg" alt="monete" width="450" height="200" /></p>
<p>Vedo che <a href="http://www.renatobrunetta.it/wp-content/uploads/2009/06/gramellini_lastampa.pdf" target="_blank">Massimo Gramellini</a> coltiva il coraggio delle parole impopolari, ripetendo le mie. Me ne compiaccio e felicito. Vorrei, pertanto, <strong>sottoporgli qualche osservazione</strong>. La prima: se, per incontrare dipendenti, casalinghe e pensionati egli si reca in un supermercato, trovandoli per giunta numerosi, a parte ogni altra considerazione, è segno che non sono ridotti alla fame. La seconda: i numeri hanno la testa dura e non si spostano solo per il fastidio che provocano, e i numeri dicono che lo stipendio dei dipendenti è cresciuto più dell’inflazione, sia nel quarto trimestre del 2008, sia nei primi quattro mesi del 2009. Quindi, <strong>per la larga maggioranza dei dipendenti, che hanno conservato il loro posto di lavoro, il potere d’acquisto è aumentato</strong>. L’indagine Istat sulle retribuzioni contrattuali mostra un aumento delle retribuzioni per dipendente che supera l’inflazione dello 0,9 per cento nel quarto trimestre del 2008, del 2,4 per cento nel primo trimestre e del 2,3 per cento nel mese di aprile. Un simile discorso si può fare per i pensionati, che hanno visto da gennaio un aumento dell’importo delle pensioni del 3,1 per cento a fronte di un aumento dei prezzi al consumo dell’1,8 per cento nel primo trimestre e dell’1,0 per cento nel bimestre aprile-maggio.</p>
<p>Gramellini teme che, dicendolo, c’inseguano e prendano a mazzate? Vorrà dire che il mondo ideale è quello in cui i metereologi, per prudenza, annunciano solo il bel tempo, e poi si danno alla latitanza. Comunque, l’aumento del potere d’acquisto, che è incontestabile, non significa che chi ieri comperava zucchine oggi acquista elicotteri, per deambulare più comodamente, ma significa, ovviamente, che <strong>circa 30 milioni d’italiani non si sono impoveriti affatto</strong>.</p>
<p>E veniamo alla terza osservazione, sulla povertà: <strong>non ci sono dati aggiornati circa la povertà complessiva</strong> e non faccio la chiromante; però, posto che molti hanno aumentato il potere d’acquisto (tra pensionati e lavoratori dipendenti, forse la metà delle famiglie italiane) è evidente che non tutti gli italiani si trovano nella stessa situazione. Nella media, il reddito reale e la spesa complessiva delle famiglie si contraggono dal secondo trimestre del 2008. Non so se la compresenza di una netta caduta dei redditi da lavoro autonomo e da capitale e di una tenuta di quelli da lavoro e da pensione aumenti la povertà assoluta, ma nutro più di un dubbio. Perché il reddito delle famiglie dei lavoratori autonomi è, nella media, del 15 per cento superiore a quello delle famiglie dei lavoratori dipendenti. Paradossalmente, e senza nulla togliere al dramma di chi perde il lavoro (autonomo o dipendente) e di chi vede il proprio reddito decurtato dalla cassa integrazione, <strong>la crisi sembra operare un effetto di riduzione delle differenze;</strong> e di questo continuerò a parlare, a dispetto dei mugugnatori. In ogni caso, caro Gramellini, testimonio personalmente della sua innocenza. Viva tranquillo.</p>
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		<title>Questo giornale non censura nessuno. Neppure Brunetta che se la prende con &#8220;A&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2009 09:23:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renato Brunetta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Foto di Iguana Jo “Nel mio piccolo” mi arrabbio. Questa rubrica ha subìto un torto. Non è una questione personale, in quanto tale irrilevante, ma quel che è successo conferma la tesi che sostenevo: cedendo all’ipocrisia diffusa, si cerca di non dire quanto si guadagna. Io non solo lo dico, ma lo pubblico nel mio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-561" title="urlo" src="http://www.renatobrunetta.it/wp-content/uploads/2009/03/urlo.jpg" alt="urlo" width="450" height="230" /><br />
<span class="fotodi">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/iguanajo/" target="_blank">Iguana Jo</a></span></p>
<p><strong>“Nel mio piccolo” mi arrabbio.</strong> Questa rubrica ha subìto un torto. Non è una questione personale, in quanto tale irrilevante, ma quel che è successo conferma la tesi che sostenevo: <strong>cedendo all’ipocrisia diffusa, si cerca di non dire quanto si guadagna.</strong> Io non solo lo dico, ma lo pubblico nel mio sito personale ed in quello istituzionale, del ministero. Capita, però, che <strong>i lettori di “A” si siano ritrovati fra le mani il mio articolo già accompagnato da una risposta di Aldo Cazzullo,</strong> il cui incipit, per giunta, era: “Brunetta non dice la verità”. <strong>Scusate, ma me la prendo.</strong></p>
<p><strong>Primo,</strong> perché non è corretto che si faccia leggere anticipatamente il contenuto di una rubrica, consentendo ad un collega giornalista di rispondere nella stessa pagina senza che il titolare della rubrica, cioè io, ne sappia niente. Spesso, ed è la cosa più grave, la solidarietà di casta è praticata con assoluta naturalezza. Pari alla scorrettezza.</p>
<p><strong>Secondo</strong>, perché quel che ho scritto è incontestabilmente vero e sfido chiunque a dimostrare il contrario: i miei redditi sono pubblicati, fino all’ultimo centesimo.</p>
<p><strong>Terzo</strong>, perché Cazzullo, giornalista ottimo e persona eccellente, come scrivevo allora e confermo adesso, dice di avere risposto: “Meno di un quarto di quanto guadagnano i vostri assistenti che avete fatto eleggere in Parlamento”. Posto che la cosa non mi riguarda, che se si parla con me si deve avere la cortesia di contestarmi i miei errori e le mie nefandezze, se si trovano, Cazzullo non risponde: Quanto? Una cifra, possibilmente corrispondente alla dichiarazione dei redditi. Grazie.</p>
<p><strong>Quarto</strong>, Cazzullo sostiene di essersi riletto un paio di libri e di aver scoperto che “un europarlamentare arriva a mettersi in tasca anche 30-35mila euro al mese”. Falso. Un eletto percepisce infatti l’indennità da deputato italiano a cui vanno aggiunte una diaria giornaliera di 287 euro (elargita solo in caso di presenza registrata, e quindi controllata dagli uffici della Cassa dei deputati) e una diaria mensile per spese generali di 4.025 euro. L’indennità mensile di assistenza parlamentare, che può raggiungere al massimo 15.914 euro, non può invece essere considerata parte del suo emolumento in quanto il Parlamento europeo rimborsa solo le spese effettivamente sostenute e opportunamente giustificate (i contratti degli assistenti devono infatti essere depositati e ogni sei mesi vanno prodotte le pezze giustificative dei pagamenti, compresa la parte contributiva).</p>
<p><strong>Infine, uno dei migliori giornalisti italiani sostiene che i soldi che prende un parlamentare sono pubblici, mentre quelli che prende un giornalista sono privati</strong>. Mica vero! I giornali campano anche grazie a finanziamenti statali. Osservi quel che succede negli Stati Uniti, dove il presidente Obama vuol mettere bocca sugli emolumenti da darsi ai dirigenti di una compagnia d’assicurazione per salvare la quale sono stati necessari quattrini federali.</p>
<p>Le caste accecano. Sono contro la castità.</p>
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