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	<title>Renato Brunetta &#187; compensi</title>
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		<title>Quanto guadagno? Io lo dico, ma altri&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 16:58:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renato Brunetta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Nel mio piccolo]]></category>
		<category><![CDATA[Aldo Cazzullo]]></category>
		<category><![CDATA[compensi]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-426" title="monete" src="http://www.renatobrunetta.it/wp-content/uploads/2009/03/monete.jpg" alt="monete" width="450" height="200" /><br />
<span class="fotodi">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/jeffbelmonte/" target="_blank">Jeff Belmonte</a></span></p>
<p>Nella <strong>cosiddetta buona società di matrice cattolica l’argomento non va nemmeno sfiorato</strong>: dicono sia volgare. Il denaro, soprattutto se guadagnato onestamente, va tenuto nascosto sotto uno spesso strato di pudicizia. <strong>“Quanto guadagni?” è una domanda che non si fa, che non si deve mai fare</strong>. E’ sgradita, unfair e fonte di insuperabile imbarazzo. Soprattutto se i soldi guadagnati sono tanti. Strano. Quello del reddito è infatti uno degli indici più significativi per misurare il merito di una persona nel mercato del lavoro e il suo successo nella vita. Eppure…</p>
<p>Ne ho avuto<strong> la conferma l’altra sera da “Matrix”</strong>. Aldo Cazzullo, uno dei migliori giornalisti sulla piazza, stava provando a sfrucugliarmi sugli stipendi di parlamentari e ministri. Soldi pubblici, il cui ammontare va reso noto perché ciascuno possa giudicare. Esattamente quello che ho fatto da subito sul sito del <a href="http://www.innovazionepa.it" target="_blank">Ministero</a> per quanto riguarda me, i miei collaboratori e i dirigenti. Sul punto, quindi, non accetto lezioni. E se tutti i miei colleghi ministri facessero finalmente altrettanto, si scoprirebbe che molti direttori generali guadagnano più di loro e che il presidente di una Spa o il dirigente di un banale istituto bancario non accetterebbe mai di fare il cambio con il nostro stipendio. Ma tant’è.</p>
<p>Il punto è però (anche) un altro. <strong>“E tu quanto guadagni?” ho chiesto secco all’amico Cazzullo</strong>. Ha iniziato a boccheggiare. Ho insistito ma niente, non c’è stato verso di farglielo dire. Vittima anche lui di questo vero e proprio tabù, sociale e italianissimo. Non male per chi accusa gli altri di essere “casta”.</p>
<p>Nel suo celebre <strong>“Etica protestante e spirito del capitalismo” (1905), Max Weber spiegava</strong> come la maggiore o minore vocazione capitalista (e cioè la propensione a contenere la sete personale di guadagno reinvestendo i propri averi in nuove iniziative economiche) avesse a che fare con la religione professata: <strong>mentre il cattolico si rivolge a Dio per ottenere qualcosa, il protestante lo ringrazia per quello che ha già ottenuto</strong>, essendosi dato da fare per meritare i suoi favori.</p>
<p>Non è quindi un caso che Spagna, Portogallo e Italia siano arrivati al moderno capitalismo solo molti anni dopo paesi di matrice calvinista quali l’Inghilterra e i Paesi Bassi. Radici culturali e sociali che sono ancora attuali. <strong>Se incontri qualcuno negli Stati Uniti, stai pur certo che una delle prime cose che ti dice è quanto guadagna in un anno.</strong> E’ un modo per presentarsi, per dirti quanto vale. Da noi invece il silenzio è tanto d’oro quanto lo sono certi stipendi. <strong>Perché tutta questa ipocrisia? Forse perché molti stipendioni hanno poco a che fare con il merito?</strong></p>
<p>PS Per aver scritto queste righe verrò pagato l’equivalente di due bottiglie di buon champagne. Un compenso giusto, esagerato o insufficiente? Lascio a voi giudicare. Questo però è il mio attuale valore di mercato. E il vostro?</p>
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