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	<title>Renato Brunetta &#187; Aldo Cazzullo</title>
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		<title>Intercettazioni, ormai sono diventato cauto anche con la mia fidanzata</title>
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		<pubDate>Mon, 15 Mar 2010 08:53:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Staff</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A seguire un&#8217;intervista di Aldo Cazzullo al ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, pubblicata sul Corriere della Sera di oggi. «Anche io ho la percezione di essere intercettato. O, meglio, sono combattuto tra la sensazione di appartenere anche io a questo mondo folle in cui tutti sono sotto controllo, e la sensazione che non sia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-5788" title="bruny_inpoltrona" src="http://www.renatobrunetta.it/wp-content/uploads/bruny_inpoltrona6.jpg" alt="bruny_inpoltrona" width="450" height="347" /></p>
<p>A seguire un&#8217;intervista di <strong>Aldo Cazzullo</strong> al ministro della Funzione Pubblica, <strong>Renato Brunetta, </strong>pubblicata sul <a href="http://www.corriere.it/cronache/10_marzo_14/cazzullo-brunetta-cauto-per-intercettazioni_da17e89e-2f44-11df-a29d-00144f02aabe.shtml" target="_blank">Corriere della Sera</a><strong> </strong>di oggi.<strong><br />
</strong><a href="http://www.corriere.it/cronache/10_marzo_14/cazzullo-brunetta-cauto-per-intercettazioni_da17e89e-2f44-11df-a29d-00144f02aabe.shtml" target="_blank"></a><br />
«Anche io ho la percezione di essere intercettato. O, meglio, sono combattuto tra la sensazione di appartenere anche io a questo mondo folle in cui tutti sono sotto controllo, e la sensazione che non sia possibile. Perché non è giusto». Racconta Renato Brunetta che <strong>«al telefono con la mia fidanzata Titti è divenuta ormai un’abitudine salutare il maresciallo che ci sta ascoltando.</strong> L’altro giorno mi è successo anche con un amico, che mi manda straordinarie mozzarelle di bufala da Paestum.</p>
<p>Mi diceva al telefono: &#8220;<strong>Ti ho spedito la roba&#8221;.</strong> Ho risposto: &#8220;Un momento, calma, precisiamo a beneficio di chi ci sta ascoltando che si tratta di mozzarelle e di yogurt, non di altro&#8221;. Poi mi sono chiesto: perché mai ho fatto questa battuta? Perché considero normale <strong>violentare una conversazione privata </strong>a beneficio o a giustificazione di un terzo ascoltatore, sia che stia parlando di affetti, di amore, di politica, di interessi o anche solo di mozzarelle?</p>
<p><strong>Dove siamo arrivati? </strong>Non lo dico per me, per Tizio o Caio, per i politici. Sono moltissimi gli italiani che hanno cambiato il loro modo di telefonare, e quindi il loro modo di relazionarsi, la loro vita di tutti i giorni. Non ne faccio una questione di tecnica giuridica. <strong>È una questione di libertà, </strong>strettamente parente del buonsenso. Chiedo una riflessione: attenti, perché ci stiamo incamminando su una china rovinosa».</p>
<p>La prima obiezione da opporre al ministro è che grazie alle intercettazioni si sono appena scoperti, ad esempio, un senatore eletto dalla ’ndrangheta e una «cricca» che manovrava gli appalti della Protezione civile. «Non obietto su questo. Anche io mi dico <strong>&#8220;male non fare paura non avere&#8221;,</strong> e so bene che le intercettazioni sono uno strumento utile a soddisfare l’interesse pubblico all’accertamento dei reati. Come so bene che esiste il diritto di cronaca. Però esiste anche la tutela dei diritti fondamentali delle persone. <strong>Articolo 15 della Costituzione: la libertà e la segretezza delle comunicazioni sono inviolabili;</strong> la loro limitazione può avvenire solo per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.</p>
<p>Il punto è questo: le regole ci sono già. Vanno completate, con questo sacrosanto disegno di legge del governo: finalità, autorizzazioni, assoluta riservatezza. Ma soprattutto vanno rispettate. Non si possono rispettare &#8220;un po’&#8221;. <strong>Nel maneggiare un’arma così potente occorrono responsabilità assoluta e invasività chirurgica.</strong> Non dico di gettarla via, ma di usarla bene, in modo selettivo, responsabile. Le intercettazioni devono essere come un laser: se assolutamente mirato, funziona; se usato come un gioco, distrugge vite, reputazioni, e alla fine anche chi lo usa. Le intercettazioni sono come un bisturi: il bravo chirurgo asporta il male e salva i tessuti, il cattivo chirurgo uccide il paziente. E qui ne va della stessa <strong>sopravvivenza democratica».</strong></p>
<p>Dice Brunetta che «l’Italia vive oggi una deriva inaccettabile. Ogni giorno vediamo fughe di notizie, stralci di verbali, pagine a migliaia, altrettanti vasi di Pandora pronti a schizzare su tutto e su tutti». Qui c’è la seconda obiezione: pubblicare i verbali delle intercettazioni è legittimo. «Il problema è a monte &#8211; risponde Brunetta -. <strong>Si pesca a strascico; </strong>e a quel punto il pescato lo devi mostrare al mercato; ma il guaio è stato fatto prima. Basterebbe fare come fanno in Europa. <strong>Convergere con la regolazione europea».</strong> Che è simile a quella italiana. «Ma in <em>Gran Bretagna</em> le informazioni ottenute con le intercettazioni non hanno valore probatorio.</p>
<p>In <em>Germania e </em>in <em>Spagna</em> la legge e la giurisprudenza impongono, e non soltanto in teoria, di accertare se esistano altri strumenti meno invasivi per conseguire lo stesso risultato. E comunque <strong>in nessun Paese europeo la vita privata è finita sui giornali com’è accaduto in Italia». </strong>«Poi c’è un tema molto grave, e per nulla regolato. I tabulati. Le tecnologie attuali consentono di ricostruire in modo universale ogni intersezione. I contatti di tutti con tutti. La matrice delle nostre telefonate. Ex post, per anni, è possibile sapere chi ha chiamato chi, con quale frequenza e in quale data. <strong>Nulla sfugge.</strong> Ora, uno strumento investigativo a maglie larghissime, come il grande orecchio americano Echelon, può essere utile; ma deve limitarsi a profili strettamente legati alla sicurezza. La pubblicazione indiscriminata dei tabulati è invece possibile per ognuno di noi. Anche per le nostre storie d’amore, i nostri rapporti d’affari, le nostre relazioni di lavoro, per cui <strong>dovrebbero valere totale libertà e totale riservatezza».</strong></p>
<p>«Non è senza costi un condizionamento di questo genere. Anzi, ha costi spaventosi. La sensazione di essere intercettati ci porta ad autolimitare le nostre potenzialità, la nostra umanità. Rende il Paese meno democratico, meno libero, meno capace di crescere, anche dal punto di vista economico. Perché l’economia vive di relazioni. <strong>Il mercato è efficiente se la comunicazione è libera,</strong> se riesco a sapere che una merce è migliore di un’altra o un prezzo più basso. È l’economia di mercato: chi ha più informazioni, vince. Se tutto questo è compresso, limitato, non c’è più neanche il mercato. Tutto diventa meno efficiente e meno libero. <strong></strong></p>
<p><strong>Siamo arrivati a limitare anche la nostra libertà di giudizio:</strong> non si può più dire al telefono che quello è un cretino, per paura di rileggere il giudizio sui giornali. Cose normalissime nell’espletamento della nostra vita di relazione finiscono nel frullatore del grande orecchio. Cosa accadrebbe, ad esempio, se vedessimo pubblicate le legittime telefonate che i magistrati si stanno scambiando nella campagna per l’elezione del Csm, con i giudizi sugli uomini, sulle correnti, sugli orientamenti politici? È un’aberrazione, un imbarbarimento, che <strong>alla lunga distruggerà lo stesso strumento delle intercettazioni </strong>e la magistratura che ne abusa».</p>
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		<title>&#8220;Sud, un sogno possibile&#8221;, l&#8217;ultimo libro di Renato Brunetta</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Jan 2010 23:01:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Staff</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Martedì prossimo, 19 gennaio 2010, verrà presentato il libro “Sud, un sogno possibile”, (Donzelli Editore &#8211; Roma) scritto da Renato Brunetta, ministro della Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, e pubblicato in autunno. All&#8217;appuntamento, che si terrà alle ore 18, presso il Tempio di Adriano (piazza di Pietra a Roma) parteciperanno, oltre all&#8217;autore, anche Ivanhoe Lo Bello, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-4642" title="Layout 1" src="http://www.renatobrunetta.it/wp-content/uploads/Copertina-SUD-con-fascetta31.jpg" alt="Layout 1" width="450" height="242" /></p>
<p>Martedì prossimo, <strong>19 gennaio 2010</strong>, verrà presentato il libro <strong>“Sud, un sogno possibile”,</strong> (Donzelli Editore &#8211; Roma) scritto da <strong>Renato Brunetta,</strong> ministro della Pubblica Amministrazione e l’Innovazione, e pubblicato in autunno. All&#8217;appuntamento, che si terrà alle <strong>ore 18, presso il Tempio di Adriano</strong> (piazza di Pietra a Roma) parteciperanno, oltre all&#8217;autore, anche Ivanhoe Lo Bello, Andrea Monorchio, Nicola Rossi, e la discussione verrà moderata dal giornalista <strong>Aldo Cazzullo.</strong></p>
<p>A seguire pubblichiamo l&#8217;introduzione al libro:</p>
<p><strong>Ogni libro sull’arretratezza del nostro Sud dovrebbe essere l’ultimo.</strong> Questo, invece, è il mio secondo, e ciò segnala un evidente <strong>fallimento della politica. </strong>Un fallimento, però, che è dovuto più alle cose non fatte che a quelle fatte, più agli <strong>errori d’omissione</strong> che <strong>a quelli d’azione.</strong> Rileggendo il lavoro di quattordici anni fa (Brunetta 1995) mi sono reso conto che le idee messe a punto allora sono ancora valide, che l’impianto riformista con il quale si pensava di affrontare il problema non ha perso nulla del suo valore. Certo, non si chiede all’oste se il vino è buono e un autore non è il miglior giudice delle cose che scrive, ma <strong>chi, come me, vive intensamente l’impegno civile e politico ha anche il dovere di non arrendersi. </strong>Se le idee sono buone, si ha il dovere di difenderle e rilanciarle.</p>
<p><strong>Ci accingiamo a festeggiare i centocinquanta anni dall’Unità d’Italia, che sono anche centocinquanta anni di «questione meridionale».</strong> O ci rassegniamo a tenercela per sempre, considerandola una specie di caratteristica nazionale, quasi un dato del paesaggio,oppure la ricorrenza può esserci utile per dire: ora basta. Aggiungerei: <strong>uno dei modi più degni per onorare l’Unità,</strong> che è un bene da conoscere e preservare, <strong>è </strong>proprio quello di <strong>non considerarla il forziere dell’arretratezza meridionale, </strong>ma la condizione per superarla, per farla entrare fra le cose di cui parla la storia, cancellandola da quelle che scontano i contemporanei. La possibilità c’è, concreta, a portata di mano. <strong>Per coglierla occorre ragionare con una mentalità nuova, non commettendo i numerosi errori del passato.</strong> Se ripercorriamo sempre la stessa via, quella ci porta sempre nello stesso posto. E siccome la meta non ci piace, ci costa e umilia tanti nostri concittadini meridionali, è ora di cambiare strada.</p>
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		<title>Questo giornale non censura nessuno. Neppure Brunetta che se la prende con &#8220;A&#8221;</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Mar 2009 09:23:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renato Brunetta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Foto di Iguana Jo “Nel mio piccolo” mi arrabbio. Questa rubrica ha subìto un torto. Non è una questione personale, in quanto tale irrilevante, ma quel che è successo conferma la tesi che sostenevo: cedendo all’ipocrisia diffusa, si cerca di non dire quanto si guadagna. Io non solo lo dico, ma lo pubblico nel mio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-561" title="urlo" src="http://www.renatobrunetta.it/wp-content/uploads/2009/03/urlo.jpg" alt="urlo" width="450" height="230" /><br />
<span class="fotodi">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/iguanajo/" target="_blank">Iguana Jo</a></span></p>
<p><strong>“Nel mio piccolo” mi arrabbio.</strong> Questa rubrica ha subìto un torto. Non è una questione personale, in quanto tale irrilevante, ma quel che è successo conferma la tesi che sostenevo: <strong>cedendo all’ipocrisia diffusa, si cerca di non dire quanto si guadagna.</strong> Io non solo lo dico, ma lo pubblico nel mio sito personale ed in quello istituzionale, del ministero. Capita, però, che <strong>i lettori di “A” si siano ritrovati fra le mani il mio articolo già accompagnato da una risposta di Aldo Cazzullo,</strong> il cui incipit, per giunta, era: “Brunetta non dice la verità”. <strong>Scusate, ma me la prendo.</strong></p>
<p><strong>Primo,</strong> perché non è corretto che si faccia leggere anticipatamente il contenuto di una rubrica, consentendo ad un collega giornalista di rispondere nella stessa pagina senza che il titolare della rubrica, cioè io, ne sappia niente. Spesso, ed è la cosa più grave, la solidarietà di casta è praticata con assoluta naturalezza. Pari alla scorrettezza.</p>
<p><strong>Secondo</strong>, perché quel che ho scritto è incontestabilmente vero e sfido chiunque a dimostrare il contrario: i miei redditi sono pubblicati, fino all’ultimo centesimo.</p>
<p><strong>Terzo</strong>, perché Cazzullo, giornalista ottimo e persona eccellente, come scrivevo allora e confermo adesso, dice di avere risposto: “Meno di un quarto di quanto guadagnano i vostri assistenti che avete fatto eleggere in Parlamento”. Posto che la cosa non mi riguarda, che se si parla con me si deve avere la cortesia di contestarmi i miei errori e le mie nefandezze, se si trovano, Cazzullo non risponde: Quanto? Una cifra, possibilmente corrispondente alla dichiarazione dei redditi. Grazie.</p>
<p><strong>Quarto</strong>, Cazzullo sostiene di essersi riletto un paio di libri e di aver scoperto che “un europarlamentare arriva a mettersi in tasca anche 30-35mila euro al mese”. Falso. Un eletto percepisce infatti l’indennità da deputato italiano a cui vanno aggiunte una diaria giornaliera di 287 euro (elargita solo in caso di presenza registrata, e quindi controllata dagli uffici della Cassa dei deputati) e una diaria mensile per spese generali di 4.025 euro. L’indennità mensile di assistenza parlamentare, che può raggiungere al massimo 15.914 euro, non può invece essere considerata parte del suo emolumento in quanto il Parlamento europeo rimborsa solo le spese effettivamente sostenute e opportunamente giustificate (i contratti degli assistenti devono infatti essere depositati e ogni sei mesi vanno prodotte le pezze giustificative dei pagamenti, compresa la parte contributiva).</p>
<p><strong>Infine, uno dei migliori giornalisti italiani sostiene che i soldi che prende un parlamentare sono pubblici, mentre quelli che prende un giornalista sono privati</strong>. Mica vero! I giornali campano anche grazie a finanziamenti statali. Osservi quel che succede negli Stati Uniti, dove il presidente Obama vuol mettere bocca sugli emolumenti da darsi ai dirigenti di una compagnia d’assicurazione per salvare la quale sono stati necessari quattrini federali.</p>
<p>Le caste accecano. Sono contro la castità.</p>
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		<title>Quanto guadagno? Io lo dico, ma altri&#8230;</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 16:58:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Renato Brunetta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Foto di Jeff Belmonte Nella cosiddetta buona società di matrice cattolica l’argomento non va nemmeno sfiorato: dicono sia volgare. Il denaro, soprattutto se guadagnato onestamente, va tenuto nascosto sotto uno spesso strato di pudicizia. “Quanto guadagni?” è una domanda che non si fa, che non si deve mai fare. E’ sgradita, unfair e fonte di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-426" title="monete" src="http://www.renatobrunetta.it/wp-content/uploads/2009/03/monete.jpg" alt="monete" width="450" height="200" /><br />
<span class="fotodi">Foto di <a href="http://www.flickr.com/photos/jeffbelmonte/" target="_blank">Jeff Belmonte</a></span></p>
<p>Nella <strong>cosiddetta buona società di matrice cattolica l’argomento non va nemmeno sfiorato</strong>: dicono sia volgare. Il denaro, soprattutto se guadagnato onestamente, va tenuto nascosto sotto uno spesso strato di pudicizia. <strong>“Quanto guadagni?” è una domanda che non si fa, che non si deve mai fare</strong>. E’ sgradita, unfair e fonte di insuperabile imbarazzo. Soprattutto se i soldi guadagnati sono tanti. Strano. Quello del reddito è infatti uno degli indici più significativi per misurare il merito di una persona nel mercato del lavoro e il suo successo nella vita. Eppure…</p>
<p>Ne ho avuto<strong> la conferma l’altra sera da “Matrix”</strong>. Aldo Cazzullo, uno dei migliori giornalisti sulla piazza, stava provando a sfrucugliarmi sugli stipendi di parlamentari e ministri. Soldi pubblici, il cui ammontare va reso noto perché ciascuno possa giudicare. Esattamente quello che ho fatto da subito sul sito del <a href="http://www.innovazionepa.it" target="_blank">Ministero</a> per quanto riguarda me, i miei collaboratori e i dirigenti. Sul punto, quindi, non accetto lezioni. E se tutti i miei colleghi ministri facessero finalmente altrettanto, si scoprirebbe che molti direttori generali guadagnano più di loro e che il presidente di una Spa o il dirigente di un banale istituto bancario non accetterebbe mai di fare il cambio con il nostro stipendio. Ma tant’è.</p>
<p>Il punto è però (anche) un altro. <strong>“E tu quanto guadagni?” ho chiesto secco all’amico Cazzullo</strong>. Ha iniziato a boccheggiare. Ho insistito ma niente, non c’è stato verso di farglielo dire. Vittima anche lui di questo vero e proprio tabù, sociale e italianissimo. Non male per chi accusa gli altri di essere “casta”.</p>
<p>Nel suo celebre <strong>“Etica protestante e spirito del capitalismo” (1905), Max Weber spiegava</strong> come la maggiore o minore vocazione capitalista (e cioè la propensione a contenere la sete personale di guadagno reinvestendo i propri averi in nuove iniziative economiche) avesse a che fare con la religione professata: <strong>mentre il cattolico si rivolge a Dio per ottenere qualcosa, il protestante lo ringrazia per quello che ha già ottenuto</strong>, essendosi dato da fare per meritare i suoi favori.</p>
<p>Non è quindi un caso che Spagna, Portogallo e Italia siano arrivati al moderno capitalismo solo molti anni dopo paesi di matrice calvinista quali l’Inghilterra e i Paesi Bassi. Radici culturali e sociali che sono ancora attuali. <strong>Se incontri qualcuno negli Stati Uniti, stai pur certo che una delle prime cose che ti dice è quanto guadagna in un anno.</strong> E’ un modo per presentarsi, per dirti quanto vale. Da noi invece il silenzio è tanto d’oro quanto lo sono certi stipendi. <strong>Perché tutta questa ipocrisia? Forse perché molti stipendioni hanno poco a che fare con il merito?</strong></p>
<p>PS Per aver scritto queste righe verrò pagato l’equivalente di due bottiglie di buon champagne. Un compenso giusto, esagerato o insufficiente? Lascio a voi giudicare. Questo però è il mio attuale valore di mercato. E il vostro?</p>
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