Finalmente aria nuova in fabbrica. ci vuole partecipazione
Ministro Brunetta, l’ amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha lanciato l’ idea di un nuovo Patto sociale.
Condivide questa proposta? «A me Marchionne è simpatico. Lo vedo come una persona competente, un uomo della globalizzazione capace di innovare le relazioni industriali. Dai tempi di Valletta mi sembra la personalità più rilevante alla guida della Fiat».
Valletta è stato l’ uomo che ha isolato la Cgil in Fiat. Anche per questo Marchionne le ricorda Valletta? «Valletta è stato l’ uomo che ha fatto grande la Fiat. E’ Valletta che fa superare la dimensione famigliare alla Fiat per farne un’ azienda multinazionale. Il resto fa parte della storia del tempo. Marchionne lo vedo come un nuovo Valletta capace di costruire una dimensione, una nuova cultura delle relazioni industriali».
Dunque in questa disputa tra Marchionne e la Cgil, lei sta con la Fiat? «Io ho passato la mia vita a studiare le regole per il lavoro e per le relazioni industriali. Credo che Marchionne sia un attore importante e non un semplice banale applicatore delle regole. Ecco: con Marchionne c’ è aria nuova».
Non mi ha risposto: chi ha ragione? «E’ una domanda banale. Io sto con chi innova. Sto con Sacconi, con Bonanni. Sto con il 63% dei lavoratori di Pomigliano che ha detto sì all’ accordo. Sto con chi ha voglia di innovare e non con chi si riempie la bocca di diritti, diritti, diritti, nascondendo assistenzialismo, privilegi, opportunismo, doppi lavori e camorra».
Marchionne sostiene che la lotta di classe sia finita. Lei è d’ accordo? «Nel mio piccolo lo dico da vent’ anni. L’ ho scritto all’ inizio degli anni Novanta nel mio libro “La fine della società dei salariati”. Certo che è finita! Solo qualcuno non se n’ è accordo, come gli ultimi giapponesi della Fiom».
Ma come si può sostenere che non ci sia più il conflitto quando il divario retributivo tra i manager e gli operai non è mai stato così ampio? «Non è questo il punto. Il problema è come si remunera il capitale e il lavoro. Come si distribuisce quello che Ricardo chiamava il prodotto sociale. Mi fa piacere che oggi c’ è chi scopre la “terza via”, quella della partecipazione».
Chi è che l’ avrebbe scoperta con ritardo? «Lo stesso mio amico Tremonti. E io ne sono felice. Le nuove tecnologie richiedono più conoscenze. La produzione diventa un processo a cui partecipano più intelligenze. Per questo il salario, o una parte di esso, non può non essere collegato agli utili realizzati».
Una parte dei profitti dovrebbe andare direttamente nelle buste paga? «I modi di distribuzione possono essere i più vari. Per eliminare la conflittualità, per aumentare l’ intelligenza nel lavoro, per incrementare la flessibilità occorre legare la remunerazione, in tutto o in parte, ai risultati delle imprese. James Mead e Martin Weitzman l’ hanno teorizzato più di vent’ anni fa. Questa è la “terza via”: mettere insieme l’ utopia laburista di Mead con il marginalismo liberale di Weitzman. La “terza via” è la fine dello scontro storico tra capitalee lavoro. Vuol dire stare né con l’ uno né con l’ altro, ma mettere insieme capitalee lavoro. Questoè quello che chiede la globalizzazione».
Si può escludere la Cgil, il sindacato più grande, da un progetto di questo tipo? «Sì. Si può aspettare che il più grande sindacato maturi. Anche perché quello è il più grande sindacato del conflitto e quindi ha tutto il diritto a rimanere indietro. Ma verrà travolto dalla storia. D’ altra parteè già successo. Cosa diversa se si accorgerà di essere fuori dalla storia e deciderà di mettersi al passo. Sarebbe una cosa positiva».
Lo scontro alla Fiat va in scena mentre ci sono i primi contraddittori segnali di ripresa. Perché l’ Italia cresce da decenni a ritmi decisamente inferiori rispetto ai suoi concorrenti europei? «Non è sempre stato così. Per lunghi periodi la crescita italiana è stata superiore a quella della media europea. Il periodo di bassa crescita coincide con la fine della stagione della svalutazione competitiva e l’ inizio di quella coni cambi fissi. Da quel momento non abbiamo più potuto scaricare i nostri squilibri strutturali sulla svalutazione della moneta. Sono emersi i nostri problemi: l’ inefficienza della burocrazia, la mancanza di infrastrutture, l’ opacità degli appalti, la scarsa attrazione dei capitali stranieri, l’ inesistenza del merito, l’ assenza di trasparenza in tutta la vita pubblica. E come corollari l’ evasione e l’ elusione fiscale».
Bene, cosa pensate di fare? Non siete il governo del fare? Marchionne direbbe che avete fatto l’ elenco dei problemi e non li avete risolti. «Molte cose sono state fatte dal governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006. E molte le stiamo facendo: le mie riforme, quella dell’ università, il federalismo, le nuovo public utility. Io leggo le fibrillazioni di questi ultimi mesi proprio come la reazione conservatrice al cambiamento».
I “finiani” sarebbero i conservatori? «Non voglio dire questo. Loro rappresentato un disagio anche comprensibile. Dico che l’ opposizione è arrivata da tutte le cattive rendite: da un pezzo di sindacato, dalle alte burocrazie, dai governi locali, dai partiti. Si stanno coagulando le forze della reazione».
Repubblica — 27 agosto 2010 – (r.ma.)
Tag: fiat, James Mead, Martin Weitzman, repubblica, sacconi, Sergio Marchionne, Valletta

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