Cari amici del blog, da lunedì siamo tornati al lavoro. C’è tanto da fare per rispondere alla situazione di incertezza.
Io rispondo a modo mio: lavorare sempre di più. Governare sempre di più. Stare dalla parte della gente!
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Io rispondo a modo mio: lavorare sempre di più. Governare sempre di più. Stare dalla parte della gente!
Tags: elezioni, il giornale, legge elettorale, Renato Brunetta
Capita che, da molti anni a questa parte, al sopraggiungere di crisi o problemi politici si cominci subito a discutere dei sistemi elettorali, come se tutte le soluzioni possano derivare dalla loro modifica. I nostri, ormai, sono in larga parte problemi istituzionali. I sistemi elettorali influiscono, naturalmente, ma non possono cambiare né la realtà né l’impalcatura costituzionale.
Ho letto l’appello a favore del sistema uninominale e mi pare utile ragionarne senza ipocrisie. Intanto vedo un rischio politico in quel testo, legato al momento in cui esso viene proposto. È in atto da alcune settimane una campagna dell’opposizione rivolta a indebolire il governo e possibilmente a farlo cadere. Si discetta di governi tecnici, di unità nazionale (se non proprio di salute pubblica contro il tiranno Berlusconi). La foglia di fico per nobilitare queste operazioni è il richiamo alla necessità di una modifica della legge elettorale. Si tratta di intenzioni opportunistiche e strumentali, che nulla hanno a che vedere con le sincere preoccupazioni di riforma e che nascondono spesso nostalgie passatiste e proporzionalistiche. Come dimostra l’involontario lapsus di Bersani quando dichiara “mi si dia una maggioranza disposta a cambiare questa legge, che poi la nuova legge nuova si fa” (Corriere del 1 settembre). Del merito dunque non sembra importare granché. Questo è il motivo politico per cui è inaccettabile cominciare un dibattito sulle riforme iniziando dalla legge elettorale. Ed è il motivo per cui, oggettivamente, al di là di quali siano le intenzioni dei promotori, anche l’appello per l’uninominale rischia di essere utilizzato strumentalmente come grimaldello per abbattere il governo.
Questa legislatura si sta svolgendo all’insegna di una novità. In passato è accaduto che lo schieramento vincitore alle elezioni politiche abbia successivamente perso le elezioni amministrative, che funzionavano un po’ da contrappeso, quasi fossero elezioni di medio termine (sconosciute nel nostro sistema istituzionale). Ora capita, all’opposto, che la leadership di Silvio Berlusconi abbia riscosso l’indiscutibile maggioranza dei voti sia alle elezioni politiche che a quelle europee e regionali. Qualsiasi ragionamento che miri, mediante la riforma del sistema elettorale (pur necessaria), a modificare contabilmente questa realtà politica e civile è, per sua natura, illegittimo. Ragion per la quale chi, a sinistra, sostiene che non si può fare alcuna riforma senza la partecipazione e il consenso di chi ha la fiducia degli italiani non solo è realista ma dimostra di non avere smarrito il senso delle istituzioni e il rispetto della democrazia.
Anche perché – passando al merito – l’ostilità delle forze politiche che criticano l’attuale legge elettorale è pura ipocrisia. Il Porcellum gode di un generale (seppur inconfessabile) consenso. Quel sistema fa comodo alle segreterie dei partiti, a chi li dirige, sia che si tratti di maggioranza che di minoranza, perché consente a chi forma le liste di scegliere i gruppi parlamentari. E segnalo l’effetto su cui pochi hanno riflettuto, ovvero l’autoconservazione dei dirigenti che, anche nella sconfitta, vincono il dominio sui propri parlamentari, da loro nominati. E’ un sistema che a me non piace, tanto che appoggiai esplicitamente il referendum che intendeva assegnare il premio di maggioranza non alla coalizione ma direttamente al partito che avrebbe preso più voti. Non serve a nulla, però, truccare le carte in tavola e far credere che, ad esempio, la sinistra detesti e non abbia approfittato del “porcellum”, sia perché concorse a descriverlo, sia perché se ne fa forte in una regione, la Toscana, ove la sua rappresentanza è preponderante.
L’uninominale è un buon sistema, che con istituzioni diverse dalle nostre ha dato risultati positivi (non miracolosi, che non si sono mai verificati da nessuna parte). Come tutti i sistemi ha le sue controindicazioni: un notevole potere “marginale” dei partiti minori, l’esistenza comunque anche lì di collegi “sicuri” con l’effetto di indebolire il sospirato rapporto con il territorio. Ricordo ad esempio che l’on. Mattarella, autore del Mattarellum (in larga misura uninominale), fu candidato in un collegio assai distante dalla regione nella quale ha sempre svolto la sua attività. Per non dire dell’onorevole Di Pietro, che i cittadini del Mugello appresero, dai giornali, essere il loro nuovo rappresentante. E i pur valorosi radicali che firmano l’appello di oggi dovrebbero ricordare le proprie candidature in collegi assegnati dal centro, ove i futuri parlamentari erano letteralmente catapultati.
Ciò non significa che i sistemi elettorali siano ininfluenti. E anzi proprio perché non sono ininfluenti dobbiamo pensarci bene prima di rinunziare al Porcellum. A differenza di quanto vorrebbero far credere i benpensanti della sinistra non è vero che qualunque sistema è meglio di quello attuale. Il proporzionale della Prima Repubblica non lo è, come non lo sono le pratiche trasformistiche e le manovre parlamentari che la partitocrazia dell’epoca ci ha regalato. Quelle cui nostalgicamente anelano i cultori del terzopolismo e del doppiofornismo.
Posto ciò, il succedersi delle esperienze e delle legislature, nate con diversi sistemi elettorali e con diverse maggioranze politiche, dimostra che il punto debole del nostro sistema non è solo nel pallottoliere elettorale ma soprattutto nella debolezza costituzionale del governo e nella strutturale inefficienza del Parlamento. Possiamo comporre e colorare le Aule nei modi più diversi, ma non sfuggiremo mai al fatto che il nostro resta un governo istituzionalmente diverso da quello che i cittadini percepiscono, che nessuno vota per l’elezione del premier e che, quindi, le valutazioni a consuntivo sono rese impossibili o pretestuose.
I Costituenti fecero un ottimo lavoro, interpretando lo spirito dei tempi (1947) e i bisogni di un Paese uscito distrutto dalla seconda guerra mondiale. Molti di loro (da Calamandrei a Mortati, da Einaudi a Ruini) erano consapevoli che le scelte sulla forma di governo fossero figlie del proprio tempo e dovettero rinunziare a ben maggiori ambizioni. Anche per onorare il loro lavoro, oggi dobbiamo assumerci la responsabilità del cambiamento. Né ci possiamo affidare messianicamente alle sole soluzioni elettorali, lasciando inalterata l’architettura costituzionale, perché questo è un esercizio che si dimostra inutile (nel migliore dei casi) o addirittura pericoloso. Non si cambia il modello cambiando il modo in cui si celebrano le elezioni, così come non si cambia il fisico di una persona cambiando la lunghezza delle sue scarpe. Si ottengono solo risultati grotteschi.
Per questo non posso sottoscrivere l’appello per l’uninominale. Esso è politicamente debole e contenutisticamente insufficiente. Ci si offra un appello per un modello federalista e presidenzialista, con un coerente sistema elettorale maggioritario, con garanzie per le opposizioni e anche una giustizia più efficiente per i cittadini: sarò il primo a firmare. Al di là della propaganda e della falsa accademia, non esistono uscite di sicurezza o scorciatoie: si deve essere capaci di affrontare una seria riforma costituzionale. Il resto sono chiacchiere estive, destinate a sparire con i temporali imminenti.
Renato Brunetta
Da IL GIORNALE del 3 settembre 2010
Tags: Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, sindacati
La riforma della Pubblica Amministrazione, fortemente voluta dal ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, continua a gonfie vele. Dopo le misure contro l’assenteismo, volte all’aumento dell’efficienza negli uffici, con una nuova circolare si punta a colpire il conflitto di interessi dei dirigenti del personale. Infatti il testo stabilisce che chi negli ultimi due anni ha avuto incarichi in organizzazioni sindacali o partiti politici non puo’ fare il capo del personale.
Brunetta ha commentato cosi’ la circolare: e’ “una questione di buon senso, che completa la mia riforma. E’ una limitazione che riguarda solo chi ha a che fare con il personale, con le promozioni e le carriere: si tratta di una funzione molto delicata che richiede neutralità. Il futuro dirigente può essere iscritto a un partito o a un sindacato, ma non deve aver ricoperto negli ultimi due anni un qualche incarico perche’ non sorga il cattivo pensiero che si strumentalizzi una delle due cariche per ottenere dei vantaggi nell’altra“. Il ministro sottolinea che “Ci deve essere una separazione delle funzioni, delle carriere e dei momenti“, per cui e’ necessario sia chiara “l’autonomia e la terzietà della pubblica amministrazione”.
La circolare inoltre stabilisce che “la nuova disciplina riguarda soltanto le strutture che hanno competenza specifica in materia di gestione del personale e si forniscono indirizzi alle amministrazioni per individuare quei particolari rapporti che possono realizzare la condizione ostativa al conseguimento dell’incarico di responsabile di struttura deputata alla gestione del personale“. Spiega inoltre che, “al di la’ degli specifici vincoli derivanti dalla nuova disposizione, rimane fermo che va evitata ogni situazione di conflitto di interesse, che comporta per il responsabile della struttura la necessita’ di adottare adeguate misure organizzative e gestionali nel rispetto di quanto previsto dal codice di comportamento dei pubblici dipendenti“.
FONTE: FREENEWSONLINE
Tags: certificati online, medici, regioni, sindacati

Foto di Narice28
Da metà settembre l’invio telematico delle certificazioni di malattia entrerà a regime. Sanzioni ai medici comprese. La promessa – che sa anche di avvertimento – arriva dal ministro per l’Innovazione e la Pubblica amministrazione, Renato Brunetta: le Regioni, si legge in un’intervista a Il Sole-24Ore, sono state invitate ad accelerare l’invio dei “pin code” ai medici certificatori e lo stesso dicastero avrebbe verificato con Inps e Sogei l’operatività del sistema in ogni singolo passaggio.
Tutti i tasselli, in sostanza, stanno andando al loro posto e il conto alla rovescia è già partito. Questo per Brunetta, perché dal fronte dei medici arrivano opinioni nettamente opposte. «Dubitiamo che il sistema possa essere dichiarato operativo da settembre» dice per esempio Domenico Iscaro, presidente di Anaao-Assomed «c’è prima da risolvere problema di organizzazione del lavoro a fronte di una pianta organica già gravemente penalizzata dalla Manovra».
Sulla stessa linea la Fimmg, che da qualche settimana ha istituito un indirizzo mail al quale i medici possono scrivere per riportare le loro esperienze con la certificazione on line: «Per trasmettere non bastano pc e pin» ricorda il segretario nazionale della Federazione, Giacomo Milillo «molte Regioni non hanno ancora predisposto i collegamenti per studi e postazioni di guardia medica. La soluzione del call center serve a coprire buchi momentanei ma non può assorbire la maggior parte delle certificazioni».
Confermano i dati provenienti dal ministero della Salute: solo un medico su tre sarebbe “attrezzato” per inviare all’Inps i certificati, 60.126 curanti su un totale di 192.742 tra medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, guardie mediche e medici dipendenti di Asl e ospedali. E in un mese (dal 19 giugno al 18 luglio, periodo di collaudo) avrebbe viaggiato sul web solo il 3% circa dei 4,2 milioni di certificati che ogni mese sono inviati con il sistema cartaceo.
Intanto da Snami arriva la segnalazione di un punto debole nel sistema che rischia di creare seri problemi: «La scelta di impiegare il codice fiscale del medico come identificativo dell’utente al momento dell’accesso» spiega il presidente del sindacato autonomo, Angelo Testa «rappresenta un fattore di debolezza: non è difficile ricostruire il codice fiscale di un medico e tentare di accedere al sistema; la password è personale ma dopo tre immissioni errate l’utenza viene bloccata e il medico deve ripresentarsi all’Asl per un nuovo set di credenziali. Morale, chi volesse attaccare il sistema potrebbe reperire i codici fiscali di un certo numero di medici e disattivarne l’accesso con l’immissione di password errate».
Tags: fiat, James Mead, Martin Weitzman, repubblica, sacconi, Sergio Marchionne, Valletta
Ministro Brunetta, l’ amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha lanciato l’ idea di un nuovo Patto sociale.
Condivide questa proposta? «A me Marchionne è simpatico. Lo vedo come una persona competente, un uomo della globalizzazione capace di innovare le relazioni industriali. Dai tempi di Valletta mi sembra la personalità più rilevante alla guida della Fiat».
Valletta è stato l’ uomo che ha isolato la Cgil in Fiat. Anche per questo Marchionne le ricorda Valletta? «Valletta è stato l’ uomo che ha fatto grande la Fiat. E’ Valletta che fa superare la dimensione famigliare alla Fiat per farne un’ azienda multinazionale. Il resto fa parte della storia del tempo. Marchionne lo vedo come un nuovo Valletta capace di costruire una dimensione, una nuova cultura delle relazioni industriali».
Dunque in questa disputa tra Marchionne e la Cgil, lei sta con la Fiat? «Io ho passato la mia vita a studiare le regole per il lavoro e per le relazioni industriali. Credo che Marchionne sia un attore importante e non un semplice banale applicatore delle regole. Ecco: con Marchionne c’ è aria nuova».
Non mi ha risposto: chi ha ragione? «E’ una domanda banale. Io sto con chi innova. Sto con Sacconi, con Bonanni. Sto con il 63% dei lavoratori di Pomigliano che ha detto sì all’ accordo. Sto con chi ha voglia di innovare e non con chi si riempie la bocca di diritti, diritti, diritti, nascondendo assistenzialismo, privilegi, opportunismo, doppi lavori e camorra».
Marchionne sostiene che la lotta di classe sia finita. Lei è d’ accordo? «Nel mio piccolo lo dico da vent’ anni. L’ ho scritto all’ inizio degli anni Novanta nel mio libro “La fine della società dei salariati”. Certo che è finita! Solo qualcuno non se n’ è accordo, come gli ultimi giapponesi della Fiom».
Ma come si può sostenere che non ci sia più il conflitto quando il divario retributivo tra i manager e gli operai non è mai stato così ampio? «Non è questo il punto. Il problema è come si remunera il capitale e il lavoro. Come si distribuisce quello che Ricardo chiamava il prodotto sociale. Mi fa piacere che oggi c’ è chi scopre la “terza via”, quella della partecipazione».
Chi è che l’ avrebbe scoperta con ritardo? «Lo stesso mio amico Tremonti. E io ne sono felice. Le nuove tecnologie richiedono più conoscenze. La produzione diventa un processo a cui partecipano più intelligenze. Per questo il salario, o una parte di esso, non può non essere collegato agli utili realizzati».
Una parte dei profitti dovrebbe andare direttamente nelle buste paga? «I modi di distribuzione possono essere i più vari. Per eliminare la conflittualità, per aumentare l’ intelligenza nel lavoro, per incrementare la flessibilità occorre legare la remunerazione, in tutto o in parte, ai risultati delle imprese. James Mead e Martin Weitzman l’ hanno teorizzato più di vent’ anni fa. Questa è la “terza via”: mettere insieme l’ utopia laburista di Mead con il marginalismo liberale di Weitzman. La “terza via” è la fine dello scontro storico tra capitalee lavoro. Vuol dire stare né con l’ uno né con l’ altro, ma mettere insieme capitalee lavoro. Questoè quello che chiede la globalizzazione».
Si può escludere la Cgil, il sindacato più grande, da un progetto di questo tipo? «Sì. Si può aspettare che il più grande sindacato maturi. Anche perché quello è il più grande sindacato del conflitto e quindi ha tutto il diritto a rimanere indietro. Ma verrà travolto dalla storia. D’ altra parteè già successo. Cosa diversa se si accorgerà di essere fuori dalla storia e deciderà di mettersi al passo. Sarebbe una cosa positiva».
Lo scontro alla Fiat va in scena mentre ci sono i primi contraddittori segnali di ripresa. Perché l’ Italia cresce da decenni a ritmi decisamente inferiori rispetto ai suoi concorrenti europei? «Non è sempre stato così. Per lunghi periodi la crescita italiana è stata superiore a quella della media europea. Il periodo di bassa crescita coincide con la fine della stagione della svalutazione competitiva e l’ inizio di quella coni cambi fissi. Da quel momento non abbiamo più potuto scaricare i nostri squilibri strutturali sulla svalutazione della moneta. Sono emersi i nostri problemi: l’ inefficienza della burocrazia, la mancanza di infrastrutture, l’ opacità degli appalti, la scarsa attrazione dei capitali stranieri, l’ inesistenza del merito, l’ assenza di trasparenza in tutta la vita pubblica. E come corollari l’ evasione e l’ elusione fiscale».
Bene, cosa pensate di fare? Non siete il governo del fare? Marchionne direbbe che avete fatto l’ elenco dei problemi e non li avete risolti. «Molte cose sono state fatte dal governo Berlusconi tra il 2001 e il 2006. E molte le stiamo facendo: le mie riforme, quella dell’ università, il federalismo, le nuovo public utility. Io leggo le fibrillazioni di questi ultimi mesi proprio come la reazione conservatrice al cambiamento».
I “finiani” sarebbero i conservatori? «Non voglio dire questo. Loro rappresentato un disagio anche comprensibile. Dico che l’ opposizione è arrivata da tutte le cattive rendite: da un pezzo di sindacato, dalle alte burocrazie, dai governi locali, dai partiti. Si stanno coagulando le forze della reazione».
Repubblica — 27 agosto 2010 – (r.ma.)
Tags: Futuro e Libertà, Gianfranco Fini, governo, pdl, Silvio Berlusconi
Il ministro della Pubblica amministrazione: “Provo disagio e dolore quando lo vedo sul seggio più alto di Montecitorio, perché non può logorare la maggioranza che l’ha eletto. Gianfranco rischia di mandare all’aria il lavoro fatto finora”rumenti utili «Guardi glielo assicuro: un sacco di gente mi ferma per strada e mi chiede con allarme, ma che succede?». Renato Brunetta non fa mistero di come «in giro» ci siano «preoccupazione, incertezza, apprensione» rispetto alla situazione politica, specie dopo che nel Paese si era dipanata la sensazione di aver afferrato per i capelli «grazie alle mosse di governo», la ripresa economica. «Anche nel turismo – racconta il ministro della Pubblica amministrazione e dell’Innovazione – la stagione ha offerto risultati che ci riportano allo stato della pre-crisi, e adesso… possibile che si debba correre il rischio di far precipitare tutto dopo aver tirato la cinghia, dopo aver varato sofferti tagli, dopo che tante imprese hanno cercato di ristrutturare al meglio e dopo che le famiglie hanno mostrato di saper tenere rispetto al potere d’acquisto? Possibile – sbotta – che mentre ci si rende conto di esser vicini all’uscita dal tunnel, si rischi di dover constatare una caduta nel vuoto? Trovo naturale che montino rabbia, stupore, estrema preoccupazione. Bisogna immediatamente riprendere in mano la bussola!».
E in che direzione procedere? «Quella di rassicurare gli italiani con la formula più naturale: governare, governare, governare! L’ho detto qualche giorno fa proprio a Berlusconi: occorrono due consigli dei ministri alla settimana in cui definire interventi ordinari e straordinari».
Scusi Brunetta: ma non ci sono già i 5 punti del piano messo a punto nel vertice del Pdl, su cui chiedere la fiducia? «Quelli sono i capisaldi dell’azione del governo e il “cuore” dell’impegno che Pdl e Lega si assumono davanti al Paese. Ma c’è altro da definire dopo la necessaria verifica della fiducia. C’è il lavoro, c’è il welfare, gli ammortizzatori sociali, l’innovazione, l’ambiente, lo sviluppo… C’è da lavorare, e sodo. Lo sa che ci sono 180 tavoli aperti per crisi aziendali? E che dire che piano nucleare già votato e da costruire concretamente? C’è una politica della Difesa che va seguita, specie ora che tanti nostri ragazzi sono in missione di pace all’estero e ci sono interventi da definire nell’istruzione, nella ricerca, in tanti, tantissimi altri settori. Perché una risposta va data, oltre che al Parlamento, soprattutto al Paese; anche a chi magari ha avuto qualche dubbio nell’azione del Pdl».
Ministro, ma lei pensa davvero come il mitico cavallo Gondrano che il solo invito a “lavorare di più” possa avere effetti? E coi finiani che contestano, come la mette? «Intanto sono inguaribilmente ottimista. E osservato che i finiani sono stati eletti assieme a noi e hanno sempre condiviso quanto si faceva nel governo, non posso non notare che, con quelli con cui ho avuto a che fare, nell’esecutivo e in Parlamento, ho sempre avuto un eccellente rapporto. Sono portato a credere che possa proseguire».
Ma scusi, e tutte le contestazioni dei giorni scorsi, le punture di spillo ma pure le sciabolate che si sono incrociate… facciamo finta di niente? «Ottimista non vuol dire che mi voglio illudere. Il tema della giustizia, ad esempio, lo trovo dirimente. Non ci possono e non ci devono essere distinguo vista la delicatezza del tema, né possiamo dimenticare come proprio i finiani abbiano già votato in Senato per l’approvazione del processo breve. Non credo davvero che alla Camera possano cambiare posizione, altrimenti tutto quello che è stato sostenuto proprio dagli “amici finiani” verrebbe meno. E sarebbe l’irreversibilità».
Cui, par di capire, lei non crede troppo… «Mi ostino a ritenere che non si possa buttare a mare tutto il lavoro svolto: federalismo, riforma della Pubblica amministrazione, giustizia, scuola, università, lotta alla clandestinità, grandi successi nella lotta alla criminalità. Che il governo abbia fatto più che bene non lo dico io, ma i fatti! Chi ne bloccasse l’azione si assumerebbe una grossissima responsabilità. Per questo occorre una “operazione-verità” che va fatta non solo in Parlamento, ma anche nel Paese. Verifichiamo le cose fatte e quelle da fare… voglio vedere a quel punto chi si ostinerà nel voler condurre giochetti parlamentari!».
Ma se la marcia del Governo è positiva, come si spiega allora questo incendio estivo tutto interno alla maggioranza? «Non me lo spiego, e non se lo spiegano in tanti».
Velleità di Fini e dei suoi, …banalmente? «Guardi: io fui tra quelli che apprezzarono moltissimo le parole di Fini nel congresso di fondazione del Pdl. Glielo dissi senza giri di parole che mi era piaciuto quel suo intervento dal sapore fortemente innovativo. Ma sono tra quelli cui non è piaciuto per nulla il discorso che poi tenne nella direzione dello strappo, poco più di un anno dopo. Che è accaduto nel mezzo?»
Me lo dica lei. «Sinceramente, non l’ho capito. Ogni ministro si può fare un’esame di coscienza e secondo me troverebbe di aver agito correttamente e secondo le intese. Dei successi del governo ho già detto, per cui mi chiedo cosa abbiamo mai fatto di male per meritarci questa frattura…».
Da quel che si è captato i finiani non ne fanno una questione di mal governo, ma di mala… gestione del partito. No? «Pregi e difetti del Pdl – che è sintesi di Forza Italia e di An – li si conosce da tempo. Qualcuno ha già osservato che Forza Italia era anarchica e monarchica, mentre An era monarchica e basta. Ma per non bloccarsi alle battute, mi par di notare che nel Pd le differenze siano ben maggiori che da noi: sulla bioetica, la politica economica, il nucleare, le primarie. Nel Pd si può dire sia davvero successo di tutto, mentre da noi si è ancora in attesa di capire cosa ci divida. La politica di vertice? Me se abbiamo fatto più riunioni noi di tutte le altre forze politiche presenti in Parlamento? Senza contare che i sondaggi veri, intendo i risultati di Politiche, Regionali, Provinciali e Comunali, ci dicono che la gente ci vuole alla guida del Paese così come siamo».
Vabbè, ma di che stiamo parlando allora? Di follia agostana aggravata da attacchi e contrattacchi personali? «Torno a ripetere: non lo so. Ma sono convinto che siamo giunti all’ora X. Quella di una necessaria, doppia operazione di chiarezza e responsabilità che riesca ad affrancarci dal rischio farisaico di tirare a campare. Mi segua: nel momento in cui si è accentuato il contrasto tra presidente della Camera e presidente del Consiglio, quest’ultimo ha sentito il bisogno di un chiarimento. Dapprima politico, e l’ha fatto con l’ultima direzione e, poi, istituzionale, cosa che farà con la verifica della fiducia con la quale si metterà in gioco. Se Berlusconi si sottopone a questa prova, anche Fini secondo me dovrebbe farlo. Perché il suo ruolo non è solo di garanzia – come ad esempio quello del capo dello Stato – ma anche di un attore politico espressione di una maggioranza. Con l’introduzione del maggioritario e la riforma dei regolamenti parlamentari, il presidente della Camera diviene di fatto garante non solo più dell’opposizione, ma soprattutto dell’indirizzo politico della maggioranza e dell’attività dell’esecutivo che chiede di governare anche con la calendarizzazione. Mi pare che questa garanzia non la si sia vista limpidamente nell’ultimo anno… E il fatto che Fini sia identificato ora come il capo di una nuova area, forse di un partito, non lo rende più garante tra maggioranza e opposizione ma soprattutto non ne fa più il garante del governo. Da libero pensatore o da segretario politico può far quello che vuole. Ma un presidente della Camera non può essere uomo di parte. No?»
E dunque lei ritiene che si dovrebbe dimettere? «Mi limito ad ammettere che dal mio banco di governo, quando lui presiede a Montecitorio, sento disagio e dolore. Quello che vorrei è che sentisse l’esigenza morale oltre che politica e istituzionale dell’incompatibilità. Non è pensabile che chi siede sul più alto scranno della Camera possa generare il dubbio di utilizzare quel suo ruolo a fini di lotta politica interna o addirittura a fini di logoramento della maggioranza che l’ha eletto. A quel punto, meglio andare al voto senza trucchi e senza inganni, assumendosi ognuno le proprie responsabilità».
Alessandro M. Caprettini – Il Giornale
«Se dovessi andare in esilio come capitò al nostro Daniele Manin, e mi capita di pensarci, aprirei un ristorantino con pochi ma buonissimi piatti. Lo chiamerei “Viva L’Italia”». Ai fornelli, in ogni caso, Renato Brunetta ci sta già ora. Al punto da scrivere assieme a Fabrizio Nonis, macellaio di Cinto Caomaggiore, Venezia, noto ai telespettatori, un libro di ricette. Uscirà a Natale per i tipi della Sperling & Kupfer, titolo: “Adesso (vi) cuciniamo noi”, sottotitolo: “Ricette, ricordi e varie umanità”. Il ricavato in beneficenza.
Ministro Brunetta, lei sa cucinare? «La cucina è una mia passione, da dilettante ovviamente. Ho imparato da mia madre: da ragazzino, nei lunghi pomeriggi invernali, le pause dello studio del latino, del greco e della matematica, erano in cucina ad aiutarla. Lì ho imparato la manualità: pulire il pollo, preparare il soffritto, “menar” il baccalà mantecato».
Fa anche la spesa? «Quando ci riesco, sì. A Venezia al mercato di Rialto o a Santa Margherita, o al barcone di San Barnaba. Fu al barcone che acquistai i fondi di carciofo per Maurizio Belpietro: un giorno era a Venezia, vide i fondi e mi chiese cos’erano. Quando li mangiò, cucinati con le mie istruzioni, mi chiamò per ringraziarmi: lì nacque la nostra amicizia».
Adesso il libro con Fabrizio Nonis: com’è nata questa collaborazione? «Io sono un anomalo, alla tivù guardo le trasmissioni di cucina. E tra tutte, seguivo su Sky “In punta di coltello”, dove c’erano un macellaio e un cuoco che proponevano i piatti che piacciono a me: due-tre passaggi, niente di laborioso. Non sapevo chi fossero quei due, ero convinto che la trasmissione fosse ambientata in Toscana. E invece un giorno, alcuni anni fa, incrocio a Tele Pordenone il macellaio, il mio “idolo” della carne, Fabrizio Nonis. Registravano lì. E siamo diventati amici. Un anno fa abbiamo deciso di scrivere insieme un libro per beneficenza».
Ricette, ricordi, amenità. Ad esempio? «Ad esempio come mangiar bene all’Harry’s Bar a Venezia e spendere poco».
Forse conoscendo bene Arrigo Cipriani? «No, no. Si fa così: non rinunciare al Bellini, l’aperitivo. Non prendere antipasti. Ordinare il vino sfuso che tra l’altro è molto buono. E scegliere un unico piatto: il risotto primavera o l’ossobuco o il pollo al curry. Niente superalcolici, ché fanno male e non solo al portafoglio. Se si vuole il caffè, assolutamente sì ai dolci. Che vanno assaggiati tutti: un pezzettino, un pezzettino, un pezzettino. Fatto così, mangi tanto e bene e il prezzo è abbordabile».
Cerca di risparmiare anche con la spesa? «Ho imparato da mia madre che andava al mercato verso l’orario di chiusura delle bancarelle. È l’ora in cui fai gli affari. Magari la merce è un po’ meno bella, l’uva un po’ ammaccata, ma basta non fare gli schizzinosi e ne compri due-tre chili al prezzo di uno».
È vero che mangia lo yogurt scaduto? «Certo, è buono lo stesso. E al supermercato non perdo mai il banco delle occasioni: trovi i “culetti” di prosciutto che sono la parte più buona e li paghi la metà, i latticini in scadenza».
Non lo farà per bisogno. «No, per il ricordo di mia madre. Ma anche per razionalità della spesa. Si può mangiare bene senza spendere un patrimonio. Io, le mamme che comprano la soglioletta per il figlioletto, non le posso vedere. Meglio il “passarin”. E il pesce azzurro».
Abbini un piatto a un politico. Il premier? «Berlusconi ama il gelato al pistacchio».
Il Capo dello Stato? «Con Napolitano a Strasburgo abbiamo mangiato il pot-au-feu, un bollito alla francese con le verdure che nuotano nel brodo».
Umberto Bossi? «Non ho mai pranzato con lui, ma non avrei dubbi: pane e salame».
E che dice dei “peperoncini” che Bossi rifila a Galan? «Non ho visto nulla».
Favorevole alle monoporzioni da single? «Se ne è parlato, anche Gualtiero Marchesi faceva i piatti monodose, ma non hanno sfondato. Piuttosto, darei il Premio Nobel alla chimica, oltre che all’arte culinaria, a Giovanni Rana: con le sue vaschette la pasta fresca dura giorni, si cuoce in pochi minuti ed è buonissima. Rana è un grande benefattore dell’umanità».
È un cultore della tovaglia o della tovaglietta all’americana? «Mi piace la tovaglietta, ma passa in secondo piano rispetto alle posate. Ho scoperto le posate belle, come i coltelli forgiati di Maniago. E l’argenteria, anche se ci sono arrivato tardi: ho scoperto che la Banca di Roma fa l’asta del monte dei pegni, lì se ci riesco compro solo posate di San Marco. Le prendi a peso, le ho tutte spaiate. Come i bicchieri: ogni tanto vado a Murano a prendere le occasioni».
Alda Vanzan – Domenica 22 Agosto 2010, Il gazzettino
Tags: elezioni, governo, la crisi, Maggioranza, montezemolo, pdl, pil, Silvio Berlusconi
Ministro Brunetta, cosa ci aspetta dopo ferragosto? «Finalmente l’economia comincia a tirare. Produzione industriale in crescita tumultuosa, export a due cifre, disoccupazione in calo. Tutto questo è avvenuto senza crisi sociale, senza crisi del sistema bancario, senza la temuta desertificazione imprenditoriale; anzi, con una buona tenuta del potere d’acquisto delle famiglie e una perfetta tenuta del welfare».
Le valutazioni degli imprenditori sono molto meno ottimiste. «Io non esprimo valutazioni; cito dati incontrovertibili. Il Pil del 2010 viaggia verso l’1,5%, quello dell’anno prossimo tra l’1,5 e il 2%. La ripartenza della locomotiva tedesca rappresenta una sicurezza. E’ la fine del tunnel. E bisogna dire grazie alle famiglie italiane risparmiose, alle imprese capaci di ristrutturarsi, e un po’ anche al governo, che ha condotto la nave in mezzo alla burrasca. Per questo Montezemolo e compagni sono quanto meno ingenerosi. E non aggiungo altro».
Montezemolo, e non solo lui, vi rimprovera le riforme che non avete fatto. «E invece le riforme fatte cominciano a dare i loro frutti. La riforma della pubblica amministrazione. La riforma del federalismo, con la cedolare secca sugli affitti, che ha reso più tranquilli i comuni. La riforma del bilancio che evita gli assalti alla diligenza. La riforma delle “public utilities”, con i regolamenti che consentono di privatizzare e liberalizzare. Abbiamo avviato le riforme della giustizia, della scuola, dell’università, del welfare pensionistico. E poi la semplificazione amministrativa e legislativa».
Eppure la maggioranza è divisa da una crisi gravissima. «E io mi chiedo: non è che tutto quanto sta succedendo non sia altro che il precipitare della reazione conservatrice? La reazione di tutti quelli che il cambiamento non lo vogliono? Perché, pur tra qualche errore, qui le cose cominciano a cambiare davvero. Funziona la lotta alla criminalità organizzata. Funziona la lotta all’evasione fiscale. Le riforme sono in atto; possono piacere o no, ma sono in atto. Sedicenti governi di transizione, di salute pubblica, di salvezza nazionale o qualsiasi altra formula ipocrita e politichese, non sarebbero altro che il blocco delle riforme».
Ma se venisse meno questa maggioranza la Costituzione impone di cercarne un’altra. «Se cadesse questo governo e gli succedesse qualsiasi governicchio da palude parlamentare che durasse qualche mese, il risultato certo e immediato sarebbe la marcia indietro della riforma della pubblica amministrazione, la marcia indietro del federalismo fiscale, la marcia indietro del rigore di bilancio, la marcia indietro su scuola, università, public utilities. Ne sarebbero felici i fannulloni. Gli enti pubblici spreconi cui Tremonti, sia pure con qualche rigidità degna di miglior causa, ha tagliato le unghie. I soviet locali di luce, acqua, gas, trasporti, spazzatura. I sindacati dei “todos caballeros”, delle assunzioni facili senza concorso, della Fiom antimercato e anticompetizione. I falsi invalidi. E i tanti partiti della spesa pubblica sprecona e irresponsabile».
Tra un po’ dirà che ne sarebbe felice anche la mafia… «Non lo dico perché non voglio offendere nessuno. Ma due più due fa quattro».
Come se ne esce allora? «Da una parte c’è il governo, che finora ha avuto il consenso degli italiani. Dall’altra parte c’è un’opposizione impotente, indecisa a tutto ma ferocemente conservatrice. In mezzo, una melassa opportunista, terzopolista, anch’essa conservatrice. Chi vincerà questa partita? Non solo chi riesce ad avere la fiducia in parlamento; soprattutto, chi riesce a parlare al paese. Il passaggio parlamentare è ineludibile. Si portino i quattro punti a Camera e Senato, con comunicazione del presidente e dell’intero governo, su cui approntare una mozione di fiducia: una sorta di nuovo inizio, anche dal punto di vista formale; come quando si vota la fiducia a inizio legislatura. Però il passaggio parlamentare non basta».
Cos’altro occorre? «Rivolgersi agli italiani. Chiediamo al Paese: queste cose che abbiamo fatto sono chiare? Le vuoi? Il premier deve parlare non solo al Parlamento, ma al Paese. Diremo: questo è ciò che abbiamo fatto; se vince la conservazione, tutto questo si interrompe. Sarebbe una sorta di fiducia parallela, un determinante uno-due. Una fiducia popolare da chiedere come si fa nelle campagne elettorali, anche se non ci sarà la campagna elettorale. Se il Paese risponderà di sì, questo non potrà non influire».
Ma in che modo far esprimere il Paese, se non con il voto? Con le manifestazioni? «In tutte le forme democratiche, da grandi conferenze che il premier e i ministri potranno fare in tutta Italia, a manifestazioni di consenso al governo. Da quando mai le manifestazioni sono fatti non democratici?».
Ma secondo lei ci sarà il voto anticipato? «No. La mia consapevolezza è che la forza delle cose fatte parla in modo altrettanto chiaro alla maggioranza e al Paese. E la doppia forza porta a proseguire. Non vedo chi eletto nei partiti di maggioranza possa disconoscere le riforme, e sulla base di quale argomentazione».
Questo significa che secondo lei i finiani, o almeno una parte, torneranno indietro? «Assolutamente sì. Chi si assume la responsabilità di troncare il cambiamento? Tutto si tiene. Questa grande operazione-verità nel Parlamento e nel Paese farà sì che si possa riassorbire la crisi. Ma anche se la crisi, per ragioni puramente di potere, non venisse riassorbita, la soluzione verrebbe parimente indicata nel Paese. Se il Paese dice a gran forza “vogliamo continuare”, e il Parlamento risponde di no, viene sciolto il Parlamento, non il Paese».
E si vota con questa legge elettorale? «Chi la cambia? La melassa? La minoranza? Se chiedessimo all’opposizione quale legge elettorale vuole, non saprebbe individuarne una. In realtà, la legge elettorale è l’espressione della volontà della maggioranza, incarnata nel bene e nel male dagli eletti. Se una maggioranza non voluta dalla gente la cambiasse, sarebbe l’equivalente di un golpe».
Fini deve dimettersi? «Non mi sono mai posto questo problema. Ma ho un’immagine di tipo tradizionale dei presidenti di Camera e Senato, come super partes, garanti dell’attività del Parlamento. Come si fa a pensare a chi sta seduto sullo scranno più alto come a un capopartito, in contrasto con la maggioranza che l’ha eletto?».
Quando parla degli errori della maggioranza si riferisce anche alla casa di Scajola e al caso Brancher? Non c’è un problema di legalità nel Pdl? «Il governo ha dovuto affrontare una serie di attacchi esterni che avrebbero stroncato un toro. E tutto è cominciato dopo Onna. L’insieme delle campagne mediatiche è stato avviato, scientificamente o approfittando di occasioni, dopo il 25 aprile 2009, dopo quel discorso di Onna che rappresenta il più alto livello di consenso per Berlusconi, con apprezzamenti anche a sinistra. Da quel momento si scatena l’ira di Dio contro il premier. Io non sono un dietrologo. Non penso che ci siano sempre i burattinai. Ma una sequenza di questo genere mi fa dubitare delle mie convinzioni».
Aldo Cazzullo – Corriere della Sera
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Non si comprende nulla della vita politica e dell’azione di Francesco Cossiga se non si parte da un sentimento che Egli ha vissuto con profonda convinzione e senza alcuna ipocrisia retorica: l’altissimo senso dello Stato.
La stagione in cui fu definito “picconatore”, e fatto oggetto di attacchi concentrici, definito pazzo e pressato alle dimissioni, anche con una messa in stato d’accusa, coincise, in realtà, proprio con il congiungersi fra quel senso dello Stato e la consapevolezza che il vecchio mondo politico, che aveva vissuto nella realtà della guerra fredda, stava terminando i suoi giorni. Aveva ragione Francesco Cossiga. E credo si debbano dire parole chiare, anche relativamente alla vicenda che spinse l’opposizione di sinistra a considerarlo un traditore della Costituzione: egli non volle mai riconoscere al Consiglio Superiore della Magistratura un ruolo d’autonoma iniziativa politica e d’interdizione del legislatore, oltre che del governante. Anche in quel caso ebbe ragione. Anche in quell’occasione seppe vedere più lontano di altri.
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“Abbiamo la giustizia peggiore d’Europa” è stata una delle dichiarazioni di Renato Brunetta, ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione durante la conferenza stampa di ieri, in cui è stato presentato il convegno ‘Libertà, legalità e garantismo’ che si terrà il prossimo 28 settembre.
Il convegno affronterà il tema della giustizia in Italia, che è da troppi anni al centro di dispute e polemiche così accese e faziose da avere oscurato anche la realtà dei fatti e dei numeri incontestabili: la nostra è la peggiore giustizia d’Europa, come certificano i dati della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (che agisce nell’ambito del Consiglio d’Europa, quindi più ampio dell’Unione Europea).
Inoltre si parlerà anche di digitalizzazione (soffermandosi sulla mancanza di unitarietà e coordinamento in ciascun distretto e tribunale), di controlli di produttività e capacità, resi possibili proprio dal cumulo di arretrati e dai diversi gradi di giudizio, e dell’importanza di conccretizzare delle riforme strutturali, per cui è necessario conoscere i meccanismi micro, sui quali si può intervenire portando a casa risultati rilevanti.
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